domenica 28 ottobre 2018

FOLLIA E LIBERTA'

Incontro GIORNATA BASAGLIA a Gorizia 
il  23 ottobre 2018 al Teatro Verdi con
 Daniela Infantino, Peppe Dell'Acqua, Piero Cipriano, 
Giancarlo Ricci, Paolo Crepet


Dall'intervento di Giancarlo Ricci tre brani per il dibattito: 

"Lungi dall'essere per la libertà un insulto, la follia è la sua fedele compagna, ne segue il movimento con un'ombra. L'essere dell'uomo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l'essere dell'uomo se non portasse in sé la follia come limite della propria libertà".
                              Jacques Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1946. 

"Io non so cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente  come lo è la ragione. Il problema è che la società per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società accetta la follia come parte della ragione e quindi la fa diventare ragione attraverso una scienza che si incarica di eliminarla. Quando uno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come disfare questo nodo. E’ come andare aldilà della follia istituzionale e conoscere la follia laddove essa ha origine cioè nella vita"
                                                        Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979. 


"Ricordo che passeggiavo un giorno con un fortunato editore, il quale fece un’osservazione che avevo sentito  fare tante altre volte prima, e che quasi si potrebbe assumere come un motto della vita moderna. Nel sentirla ripetere ancora una volta, capii ad un tratto che non significava nulla. L’editore aveva detta: “Quell’uomo farà strada: egli crede in se stesso”.  In quel momento alzai la testa e i miei occhi caddero su un omnibus che passava e che portava scritto “Hanwell” [un famoso ospedale psichiatrico vicino a Londra]. Vuoi sapere – chiesi – dove sono gli uomini che più credono in sé stessi? Te lo dico subito. Conosco uomini che hanno più di Napoleone e di Cesare, una fiducia colossale in se stessi. So dove splende la stella fissa della certezza e del successo, posso guidarti ai troni dei superuomini. Gli uomini che credono veramente in sé stessi sono tutti nei manicomi. […] Cominciamo dunque con la casa dei pazzi: da questa fantastica taverna prendiamo le mosse per il nostro viaggio intellettuale".  
                                                          Gilbert Chesterton, Ortodossia, 1908.

lunedì 4 dicembre 2017

SESSUALITA' E GENERE. Report della rivista americana THE NEW ATLANTIS

La rivista THE NEW ATLANTIS pubblica un report (2016) 
intorno alle risultanze dalle scienze biologiche, psicologiche e sociali in merito alla questione gender e alla sessualità nelle sue varie implicazioni soggettive e sociali. 
La ricerca è condotta dall' epistemologo 
Lawrence Mayer e dalla psichiatra Paul McHugh entrambi docenti al celebre Dipartimento Universitario del Hopkins Hospital.
Il report (tradotto da Lucia Braghini) mostra che alcune delle affermazioni riguardo alla sessualità e al genere che circolano con maggiore frequenza non sono sostenute da evidenze scientifiche.

Per leggere e scaricare il testo italiano (114 pp.) vai a: 

Il testo originale inglese è disponibile all'indirizzo: http://www.thenewatlantis.com/sexualityandgender.

Introduzione di Mayer e McHugh
Pochi argomenti sono così complessi e controversi come l'orientamento sessuale e l'identità di genere umani. Queste questioni toccano i nostri pensieri e sentimenti più intimi, e contribuiscono a definirci sia come individui sia come esseri sociali. Le discussioni delle questioni etiche sollevate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere possono diventare accese e personali, e le questioni politiche associate provocano a volte intense controversie. I contendenti, giornalisti e legislatori coinvolti in questi dibattiti invocano spesso l'autorità della scienza, e nei notiziari, sui social media e nella cultura popolare in senso più ampio sentiamo affermazioni su ciò che “dice la scienza” su questi argomenti.




























Questo report offre un accurato sommario e una spiegazione aggiornata di molte delle più rigorose conclusioni prodotte dalle scienze biologiche, psicologiche e sociali in relazione all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Esaminiamo un vasto corpus di letteratura scientifica a diverse discipline. Cerchiamo di riconoscere i limiti delle ricerche e di evitare conclusioni premature che porterebbero a una sovrainterpretazione delle risultanze scientifiche. Poiché la relativa letteratura è piena di definizioni incoerenti e ambigue, non esaminiamo soltanto le evidenze empiriche, ma approfondiamo anche i problemi concettuali soggiacenti. Questo report, comunque, non discute questioni etiche o politiche; ci concentriamo sull'evidenza scientifica – cosa mostra e cosa non mostra. 
Cominciamo nella Parte Prima esaminando in modo critico se concetti come eterosessualità, omosessualità e bisessualità rappresentino delle qualità distinte, fisse e biologicamente determinate degli esseri umani. Nell'ambito di questa discussione, prendiamo in considerazione la popolare ipotesi del “nati così”, che postula che l'orientamento sessuale umano sia biologicamente innato; prendiamo in esame le evidenze a supporto di questa affermazione provenienti da varie sottospecialità delle scienze biologiche. Esploriamo le origini evolutive delle attrazioni sessuali, la misura in cui queste attrazioni possono cambiare nel corso del tempo e le complessità inerenti l'integrazione di queste attrazioni nella propria identità sessuale. Attingendo alle evidenze dagli studi sui gemelli e altri tipi di ricerca, esploriamo i fattori genetici, ambientali e ormonali. Esploriamo anche alcune evidenze scientifiche che mettono in relazione le scienze della mente e l'orientamento sessuale. 
Nella Parte Seconda esaminiamo le ricerche sugli esiti di salute rispetto all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Si rileva in modo costante un rischio maggiore di esiti di precaria salute fisica e mentale per le sottopopolazioni lesbiche, gay, bisessuali e transgender rispetto alla popolazione generale. Questi esiti comprendono la depressione, l'ansia, l'abuso di sostanze e, cosa più allarmante, il suicidio. Per esempio, nella subpopolazione transgender statunitense, il tasso di tentativi di suicidi è stimato superiore del 41% rispetto a quello della popolazione generale. Come medici, accademici e scienziati crediamo che le discussioni che seguono in questo report devono essere lette alla luce di questo aspetto di salute pubblica. 
Esaminiamo anche alcune idee che vengono proposte per spiegare questi diversi esiti di salute, compreso il “modello dello stress sociale”. Questa ipotesi – secondo la quale i fattori di stress come lo stigma e il pregiudizio spiegano gran parte delle maggiori sofferenze osservate in queste subpopolazioni – non sembra offrire una spiegazione completa per i differenti esiti. 
Proprio come la Parte Prima analizza la supposizione secondo la quale l'orientamento sessuale è fisso ed ha una base causale biologica, una sezione della Parte Terza esamina questioni simili in riferimento all'identità di genere. Il sesso biologico (le categorie binarie di maschio e femmina) è un aspetto fisso della natura umana, anche se alcuni individui affetti da disturbi dello sviluppo sessuale possono mostrare caratteristiche sessuali ambigue. Di contro, l'identità di genere è un concetto sociale e psicologico non ben definito e le evidenze scientifiche che sia una qualità biologica innata e fissa sono ridotte. 
La Parte Terza prende in esame anche le procedure di riassegnazione sessuale e le prove della loro efficacia nell'alleviare gli esiti di precaria salute mentale sperimentati da molte persone he si identificano come transgender. In confronto alla popolazione generale gli individui transgender che si sono sottoposti all'intervento chirurgico continuano ad esser esposti ad un alto rischio di esiti di precaria salute mentale. 
Un ambito di particolare preoccupazione riguarda gli interventi medici per i giovani non conformi dal punto di vista del genere. Essi vengono sempre più sottoposti a terapie affermative del loro genere percepito, e persino a trattamenti ormonali o modificazioni chirurgiche ad una giovane età. Ma la maggioranza dei bambini che si identificano con un genere non conforme al proprio sesso biologico non si identificheranno più in questo modo quando raggiungeranno l'età adulta. Siamo turbati ed allarmati per la gravità e la irreversibilità di alcuni interventi che vengono attualmente discussi pubblicamente ed utilizzati per i bambini. 
L'orientamento sessuale e l'identità di genere oppongono resistenza ad una spiegazione attraverso semplici teorie. C'è un grande divario tra la sicurezza con la quale si sostengono le opinioni su questi temi e ciò che una sobria valutazione della scienza rivela. Di fronte a questa complessità ed incertezza, è necessario che siamo umili rispetto a quanto conosciamo e quanto non conosciamo.     Riconosciamo senza difficoltà che questo report non è né un'analisi esaustiva dei temi che affronta, né l'ultima parola su di essi. La scienza non è affatto l'unica via per comprendere questi argomenti incredibilmente complessi e sfaccettati; ci sono altre via di saggezza e conoscenza – comprese l'arte, la religione, la filosofia e l'esperienza umana vissuta. E gran parte della nostra conoscenza scientifica in questo ambito rimane non definitiva. Tuttavia, offriamo questo panorama della letteratura scientifica nella speranza che possa fornire un quadro condiviso per una trattazione intelligente, illuminata negli scambi politici, professionali e scientifici – e possa accrescere la nostra capacità, da cittadini preoccupati, di alleviare le sofferenze e promuovere la salute e la prosperità umane. 

lunedì 20 novembre 2017

AUTORITA' & LIBERTA'. Convegno a Macerata

In occasione della Tavola Rotonda AUTORITA’ & LIBERTA’ organizzata dall’Università di Macerata 
e da altre associazioni, 
il 28 novembre 2017 alle ore 16 presso l’Auditorium, proponiamo alcuni temi dell’intervento di GIANCARLO RICCI 

Fuga dalla libertà
Ecco il punto cruciale che la modernità consegna ai nostri tempi: un’ipertrofia della libertà che crede di espandere la propria autodeterminazione all’infinito, che installa la propria fantasia di potenza credendola possibile, che fagogita l’altro, che rispecchia il proprio esistere nella padronanza di un’immagine narcisistica sempre identica. 
     Poco pensiero in questa libertà che assomiglia a una botte in cui rifugiarsi e in cui vivere, poca soggettività in questa identità virtuale che assicura una sufficiente neutralità rispetto a ciò che accade fuori. 
     La libertà come confort. E il comfort come libertà. La libertà di vivere con la minor differenza possibile va di pari passo con il maggior esercizio ritualistico di autorefenzialità. 


Accenniamo a una logica che riteniamo agli antipodi della libertà, di quella libertà di cui la psicoanalisi fornisce esperienza: l’ipertrofia delle libertà  ci sembra, propriamente, una rinuncia alla libertà. Più esattamente una “fuga dalla libertà”. 
    Nel nostro tempo, l’ipertrofia della libertà, la sua coniugazione estrema con l’autodeterminazione, ci sembrano la forma più perversa di una fuga dalla libertà. Fuga che non è tale in quanto reale o effettiva, ma in quanto è quell’illusione che incolla il soggetto al proprio fantasma di libertà. Il soggetto rimane lì, inchiodato a quella che crede la sua libertà, senza accogersi che la libertà è altrove. Perchè essa ha la consistenza di un’alterità non malleabile, è aspra, richiede fatica. E’ quasi insopportabile perchè prossima all’atto, alla decisione, all’angoscia, come riteneva Kierkegaard. La psicoanalisi coniugando la libertà tra l’inibizione, il sintomo e l’angoscia, la situa come lavoro e atto di soggettivazione. 
Nella condizione della libertà, ricorda Sartre, “Siamo soli e senza scuse [...].  E annota: “L’uomo è condannato ad essere libero: condannato perché non si è creato da se stesso, e pur tuttavia libero, perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto ciò che fa”. Piuttosto che la responsabilità meglio dunque la fuga dalla libertà che è la politica dell’anima bella. 


La variante ipermoderna è tuttavia particolare: i nostri tempi, nell’ambito della biopolitica, non procedono più nel concedere o togliere la libertà, nel consegnarla come premio a chi la richiede, ma, molto più semplicemente nel concederla ancor prima che venga domandata. In definitiva il modo migliore per neutralizzare ogni libertà' è quello di farla implodere al suo interno. Permettere tutte le libertà per livellare ogni possibile libertà, neutralizzarla. Annichilirla. 
Riprendendo la distinzione tra “libertà da” e “libertà di”, se facciamo venir meno la prima, se ci liberiamo da tutto, la seconda risulterà talmente potenziata da risultare onnipotente: se tutto è possibile niente è possibile. O ancora, ricalcando la classica distinzione tra  “libertà negativa” e “libertà positiva” facendo venir meno la prima, abolendo cioè ogni possibile impedimento e restrizione, svanirebbe anche la seconda perchè l’autoderminazione sarebbe talmente autoreferenziale da realizzare un soggetto autonomo, una monade che si autoregola, avulsa da ogni relazione.
       Su un piano sociale ed economico siamo al grado zero a partire dal quale, come affermano alcuni, sopravanza un nuovo modello di capitalismo globale di regime neoliberista che ribalta una questione giuridica ed etica: non vieta o proibisce alcunchè, non reprime, non limita ma permette, rende possibile l’iniziativa individualista, sostiene con la tecnologia la realizzazione dei desideri, espande, si avvale e legittima un sistema perverso.
In un’altra lettura possiamo dire che dalla società

patriarcale a quella paternalistica e a quella in cui il padre è “evaporato”, si è approdati lentamente a modelli materni e maternalistici: il soggetto è sotto tutela, è protetto, è invitato a esprimere i suoi più reconditi diritti. Smantellata l’auctoritas rimane una potestas tenue e permissivista, maternalistica, propensa all’egualitarismo. In effetti solo con l’auctoritas può esistere un concetto di libertà degno, che permetta al soggetto di farsi autore dei propri atti e delle propprie azioni.
Nel capitalismo globale cambiano le forme dell’assoggettamento: quello materno non proibisce ma promette, offre benessere gratuito, permette, attraverso una logica del debito la realizzazione di ogni fantasia infantile, meglio se “perversa polimorfa”. Dall’infantile all’infantilismo il passo è breve. L’infantile pulsa in una sana e intramontabile salute, l’infantilismo ne fa la comica o patetica caricatura, assumendone i capricci. La differenza, in prospettiva, ossia lungo la crescita è enorme. Invece del diventare figlio si rimane bambino. Invece di assumere un proprio desiderio si rimane preda del desiderio dell’Altro, il che comporta che ogni responsabilità venga rifiutata per principio, in un perenne autoriferimento narcisistico.

Tutto ciò pare diventare obbligatorio, quindi necessario, e muoversi in un nuovo euforico orizzonte modernista, egualitario, ipertecnologico, politicamante corretto. Come se i diritti umani realizzandosi pienamente potessero promettere una società senza più tensioni e conflitti. Dove le differenze saranno eliminate in nome delle uguaglianze. Anzi sarà il principio dell’egualitarismo eretto a sistema a distribuire a ciascuno le stesse libertà e gli stessi diritti. Tutti saranno finalmente uguali perché dovranno godere delle stesse libertà. 

mercoledì 11 ottobre 2017

Conferenza internazionale a Londra sulla libertà di coscienza e di espressione

LONDRA – Un resoconto di Luciana Piddiu sulla conferenza internazionale del mondo mussulmano che a fine luglio 2017 si è confrontato sulla libertà di coscienza e di espressione.

Si è chiusa  con un’attività di bodypainting, la Conferenza Internazionale sulla libertà di coscienza e di espressione, tenutasi  a luglio a Londra e  definita dagli organizzatori ll più grande raduno di ex-musulmani della storia !
Per giorni centinaia di intellettuali, spesso giovani, che vivono nell’incubo di attentati, o rischiano severe condanne penali solo perché non credono più nella religione islamica, hanno discusso le migliori strategie da seguire. Sono arrivati da ogni parte del mondo e le misure di sicurezza sono impressionanti. Abbiamo appreso del luogo della Conferenza, un bell’albergo al Covent Garden, solo il giorno prima dell’apertura dei lavori, impegnandoci a non farne parola con nessuno.
L’aria che si respirava nelle belle sale e’ stata straordinaria. Il confronto serrato si e’ svolto  in un clima di grande rispetto; solo qualche momento di tensione quando Inna Schevchenko, leader di Femen, argomenta polemicamente che le religioni tutte, e non solo quella islamica, sono dei virus mortali da cui liberarsi. O quando, sul fronte opposto, interviene Ani Zonneveld, nata in Malesia, che è imam e guida spirituale di una comunità islamica a Los Angeles e, fervida credente, si batte per riformare la religione di Maometto impregnandola di valori progressisti.
Ma l’anima di questa tre giorni è certamente l’iraniana Maryam Namazie. Si batte da
anni perché siano riconosciuti i diritti di tutti, credenti e non. A molti invitati è stata impedita la partecipazione e Maryam sottolinea la necessità di lottare anche per loro. “Siamo lo tsunami che sta arrivando” così conclude il suo intervento.
Grandi emozioni quando sale sul palco la giovanissima Sadia Hameed, cittadina
inglese di origini pakistane, che termina il suo intervento con gli occhi pieni di lacrime. Racconta di quando disse alla famiglia che aveva perso la fede e il commento del padre fu terribile: “Avrei dovuto strangolarti alla nascita.” Parla della lunga segregazione in casa, resa atroce dal dolore di essere rifiutata dai genitori e dal terribile suicidio del fratello. In molte enclave di immigrati di religione islamica delle nostre metropoli essere non- credenti è ancora un marchio d’infamia che distrugge l’onore dell’intero clan familiare.
L’acme della prima giornata si tocca con la proiezione di un documentario molto crudo. Testimonia l’uccisione a colpi di machete, per strada, di Avijiti Roy, ingegnere americano di origine bengalese, che aveva fondato un blog per la diffusione del libero pensiero. È il 26 Febbraio 2016 e Avijiti si trova a Dhaka, la capitale, per presentare un suo libro insieme alla moglie Bonya Ahmed. È lei a raccontarci dal palco quello che è successo. Lei, che nel video compare, ricoperta del sangue del marito, sgozzato al suo fianco. Ora si batte perché gli islamisti responsabili del delitto non restino impuniti. Ma la cosa che più colpisce, in questa donna dallo sguardo fiero e malinconico, è l’uso di un linguaggio pacato. Nessuna parola di odio o intolleranza da parte sua. “Occorre educare a una visione scientifica per evitare il diffondersi del fanatismo religioso, ma bisogna anche capire che la religione è parte della cultura e la maggior parte delle persone è credente“.
I temi al centro della seconda giornata - la resistenza delle donne, il velo, comunitarismo e multiculturalismo - lasciano intravedere che si parlerà di misoginia e di sessismo e si andrà a fondo sulla condizione delle donne.
Zineb El Rhazoui è una giovane donna marocchina. Parla con veemenza e senza nulla concedere al politicamente corretto, della necessità di distruggere il fascismo islamico che avanza. “Quando ci sono attentati, stragi e decapitazioni; quando si documentano lapidazioni pubbliche in nome della religione islamica, subito si alzano le voci ‘Questo non è il vero Islam!’. Il vero Islam è una religione di pace. Dov’è questo vero Islam? Non mi interessa discutere di un’astrazione. Io voglio fermare quei musulmani in carne e ossa che uccidono e massacrano in nome della religione”.
Dello stesso tenore è l’intervento di Gona Saed, cofondatrice del Kurdistan Secular centre. Mette in guardia dal pericolo di sottovalutare il progetto politico dell’Islam radicale che si batte, ovunque, per l’applicazione della shaaria. In Occidente, per un malinteso senso di colpa per le politiche coloniali, si è concesso il lasciapassare a posizioni oltranziste e del tutto inconciliabili con i diritti umani universali. Nella liberale Inghilterra si praticano mutilazioni genitali femminili, segregazione di donne, matrimoni forzati in nome del rispetto della diversità culturale. Qualunque critica a queste pratiche viene tacciata di islamofobia. Ma il non criticare pratiche sociali così dissonanti con i nostri valori è - come sostiene la regista tunisina Nadia El Fani - una forma di razzismo verso i musulmani, giudicati implicitamente non all’altezza dei valori fondanti delle democrazie occidentali. Il multi-culturalismo si trasforma così in multi-ghettismo; una chiusura che opprime i più deboli, in primo luogo le donne e le bambine e schiaccia le minoranze, come gli omosessuali e i non-credenti.

La discussione non finisce certo con la conferenza di Londra ma da questo angolo particolare di osservazione si sprigiona una grande forza e una speranza che nasce da un’umanità consapevole e attenta, piena di spiritualità.