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venerdì 20 gennaio 2017

Edoardo Weiss tra psicoanalisi e diritto. Note di Giancarlo Ricci al libro di Francesco Migliorino

Pubblichiamo la presentazione di Giancarlo Ricci 
al libro di Francesco Migliorino  “Edoardo Weiss e la giustizia penale. Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto” 
(Bonanno Editore, 2016)


“Zone di contagio tra psicoanalisi e diritto”, propone il sottotitolo di questo notevole libro scritto da Francesco Migliorino, ordinario di Storia del Diritto a Catania e attento studioso che si è inoltrato in sentieri inediti e spesso scomodi, come testimoniano diversi suoi libri dedicati all’esplorazione di alcuni angoli dell’agire sociale pubblico e  della costruzione della soggettività moderna. 

La zona di contagio esplorata in questo libro, Edoardo Weiss e la giustizia penale (Bonanno Editore 2016), riguarda una particolare vicenda accaduta lungo la storia della psicoanalisi italiana. Occorre risalire all’inizio del ’900, quando Sigmund Freud nella sua Vienna asburgica tiene una lezione dinanzi agli studenti della Facoltà giuridica viennese che sotto la guida di Alex Loeffler avevano avviato una ricerca intorno a una particolare tecnica denominata “diagnostica del fatto”. Si trattava di ottenere, mediante associazioni verbali richieste a testimoni o indagati, un “accertamento obiettivo della verità”. Il testo di Freud intitolato Diagnostica del fatto e psicoanalisi (1906) espone una serie di parallelismi tra il “compito del terapeuta” e quello del “giudice istruttore”. La questione è ben più complessa e sottile di quanto possa sembrare. Nel testo freudiano troviamo inanellati una serie di problematiche assolutamente di rilievo tra cui il tema della verità, della colpa, della menzogna, del crimine, del segreto. Evidentemente ciascuna di queste istanze aprono congetture, ipotesi e orizzonti che Freud esplora con rigore.

 “Bisognava guardarsi, osserva Migliorino, da un uso avventato della tecnica d’indagine psicoanalitica, tanto più se applicata al campo della giustizia”. Anche il sodalizio del padre della psicoanalisi con Carl Gustav Jung, che si stava dedicando a ricerche sulle libere associazioni, ha avuto una sua rilevanza. Jung aveva pubblicato, nel 1908, “Le nuove vedute della psicologia criminale. Contributo al metodo della diagnosi della conoscenza del fatto”. 
A partire da quegli anni si viene dunque a creare un fecondo clima di confronto in cui diritto, criminologia e psicoanalisi incominciano a dialogare. Il suo epicentro è a Vienna ma ben presto si diffonde in tutta Europa, dalle aule di Monaco della clinica psichiatrica di Kraepelin alle sale dell’ospedale cantonale di Zurigo in cui operava Bleuler. Successivamente anche Trieste e Roma diventano significativi poli di riferimento. “Nel cuore d’Europa – osserva Migliorino - lo sfrenato scientismo d’impianto positivistico sembrava perdere influenza a favore di un approccio più attento alle dinamiche che trascendevano il dato meramente organico”. Nei due decenni successivi l’Italia rimarrà, tranne rare eccezioni (L. Baroncini, G. Modena, R. Assagioli), ai margini di quel fruttuoso rapporto tra psichiatria e psicoanalisi. La pesante ipoteca lombrosiana che si insinuava nelle istituzioni medicali con la sua antropologia criminale esercitava una forte avversione per l’inconscio freudiano.
Un punto di svolta, anche se tardivo, avviene per iniziativa di Edoardo Weiss che trasferitosi da Trieste a Roma, verso gli inizi degli anni ’30 qui riesce a costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi e i criminologi che ruotano attorno alla prestigiosa rivista “La Giustizia penale”. Quest’ultima costituisce ben presto un polo di dialogo per quello “sparuto gruppo romano” che si era raccolto attorno a Weiss, l’unico vero allievo italiano di Freud, che nel ’32 risulta tra i fondatori della Società Psicoanalitica Italiana. Quando nel 1934 le gerarchie cattoliche ottengono la chiusura della “scandalosa Rivista Italiana di Psicoanalisi”, la Società Psicoanalitica Italiana “poté ancora dar voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di quella rivista giuridica”, un dato questo – afferma Migliorino – finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto”. In definitiva “Weiss fece sì che la psicoanalisi avesse un suo specifico spazio in una rivista a dir poco stravagante rispetto alla formazione culturale dei nostri pionieri, ma che offriva il vantaggio di una vasta diffusione nell’ambiente accademico e tra gli operatori del diritto”. Dunque dal 1932 al 1937 appaiono su “La Giustizia penale”, diretta da Gennaro Escobedo, numerosi saggi, recensioni o segnalazioni, interventi che tengono conto anche della produzione teorica francese e ispano-americana. Weiss fu ben attento a non inseguire i criminologi sul loro terreno. E ad articolare l’istanza della legge e del Super-io tra la dualità delle “potenze” psichiche, Eros e Thanatos. Furono le infami leggi raziali e i venti di guerra del 1938 a porre fine a questo insolito sodalizio tra diritto e psicoanalisi. Nello stesso anno, come afferma Migliorino, “entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare”, Freud si rifugia a Londra e Weiss si trasferisce a Chicago.


Un saggio, dunque, scritto come un racconto; circostanziato, documentato, situato nel tormentato contesto storico di quegli anni. Ha il pregio di aprire uno sguardo inedito sulla storia della psicoanalisi nel nostro paese, sulla sua origine, sui suoi passi così incerti, difficili ma, in un certo senso, anche fecondi. L’ampia parte antologica del libro riporta gli articoli usciti tra il 1932 e il 1938 sulle pagine di “La Giustizia penale”. Tra i vari autori, oggi sconosciuti, che compaiono nell’indice del libro, troviamo più volte il nome di Weiss. Sono quattro i suoi saggi: Il delitto considerato quale equivalente dell’autoaccusa (1932), Libido e aggressione (1932), Fondamenti della psicoanalisi (1932), Il Super-Io (1936). Nel loro stile e nei loro contenuti riecheggia quel desiderio di forgiare i pensieri verso una rigorosa architettura metapsicologica, cercando di imprimere al lavoro di ricerca quello spirito che aveva contraddistinto l’impresa freudiana. 
C’è forse qualcos’altro che serpeggia in questo libro. Nella “zona di contagio” tra psicoanalisi e diritto, spicca la questione nodale della connessione tra senso di colpa e crimine. Proprio nel saggio del 1906 (Diagnostica del fatto e psicoanalisi) Freud ipotizza una differenza essenziale e strutturale tra sentimento di colpa (cosciente) e senso di colpa inconscio. E’ un’ipotesi teorica dalle conseguenze ampie e inaspettate, le cui implicazioni sono riscontrabili tanto nella vita psichica quanto sul piano sociale. In un successivo saggio, Delinquenti per senso di colpa (1916), egli ribadisce la convinzione che il senso di colpa inconscio preceda il crimine, ovvero che l’atto criminoso debba essere considerato, in termini psichici, come un’espiazione del senso di colpa inconscio. I termini dunque si ribaltano: non è il crimine a produrre il senso di colpa, ma il contrario. Ovvero il senso di colpa inconscio produce il crimine come espiazione. Questo rovesciamento prospettico è un filo rosso presente in tutta l’elaborazione freudiana successiva e che si dipanerà in varie direzioni, soprattutto verso l’analisi del disagio della civiltà.  Se pensiamo alle tragedie storiche che si preannunciano in quegli anni, non possiamo fare a meno di interrogarci come abbia potuto funzionare, nel nichilismo che si stava realizzando a livello mondiale, quella particolare logica che ha annodato, in modo unico nella storia dell’umanità, l’istanza del senso di colpa con reiterati e impensabili crimini di massa. 


Ciò che brilla nel pensiero di Freud - e in alcune pagine di questo libro ne scorgiamo alcune luminescenze - è che egli stesso abbia avuto la consapevolezza di aver intravisto, in termini teorici, quel fantasma mortifero, così sfuggente ed enigmatico, che si era manifestato negli anni antecedenti al primo conflitto mondiale e che ora, sul finire degli anni ’30, riappare implacabile.  Tutto ciò che accade dopo, sulla scena della civiltà, fa sì che le parole colpa e crimine risultino trasformate, quasi fossero attraversate da un demone che persiste ad abitare l’umano.

martedì 13 settembre 2016

TRAUMA E PERDONO. Francesco Migliorino interviene sul libro di Clara Mucci


L'intervento del giurista Francesco Migliorino 
in occasione della presentazione del libro di Clara Mucci, Trauma e perdono. Una prospettiva psicoanalitica intergenerazionale,
 (Raffaello Cortina Editore, Milano 2014) 
è di grande attualità.
Il titolo: 
«L’Histoire avec sa grande hache» 
(la Storia con la sua grande ascia)

di Francesco Migliorino*

“Je n’ai pas de souvenirs d’enfance”: je posais cette       affirmation avec assurance, avec presque une sorte de défi. L’on n’avait pas à m’interroger sur cette question. Elle n’était pas inscrite à mon programme. J’en étais dispensé: un autre histoire, la Grande, l’Histoire avec sa grande hache, avait déjà répondu à ma place: la guerre, les camps... 
     (G. Perec, W ou le souvenir de l’enfance,  Denoël, 1975) 


Vorrei provare a discutere il bel libro di Clara Mucci cominciando a leggerlo dalla fine. Meglio, dalle ultime parole di una citazione di Elie Wiesel: «qualunque sia la domanda, la disperazione non è la risposta» (p. 235). Un’apertura di senso, un ricominciare daccapo, l’incontrario di quel che ci si aspetta dalla conclusione di un libro. Una sorta di esergo messo volutamente fuori posto, che dà conto di un doloroso percorso di chi era ancora piccino per ricordare o di chi si sentiva troppo d’impaccio per raccontare. «Trauma» e «perdono» stanno affiancati nel titolo, ma è come se fossero la ‘prima’ e la ‘quarta’ di copertina, in mezzo una miriade di campi che sono al lavoro nel setting analitico, il cui esito non è mai dato per scontato: realtà e fantasia, Io e Tu, interno ed esterno, presente e passato, vittima e persecutore, lutto e depressione, devastazione e riparazione. Ancora con la scrittura aspra di Wiesel: «dall’orlo dell’abisso al sogno della redenzione».

Lungo questa via, nella trama narrativa restano impigliate vite offese e storie maledette che mettono a nudo — col loro carico d’infranto — il coinvolgimento emotivo del lettore, anche del lettore profano che fa fatica a orientarsi nella sterminata testualità in cui il nostro libro è venuto alla vita. 
C’è una ragione di ciò. L’Autrice ha una grande capacità di mettersi in dialogo col lettore e anche con se stessa. È evidente, ad ogni pagina. Per dirla con Wayne Booth, geniale teorico della narrazione, nel nostro caso l’autore implicito e il lettore implicito (creature etico-ideali dell’autore) raggiungono un accordo così pieno e completo da connotare la ‘letterarietà’ dell’opera. Il giudizio sul libro, perciò, è inseparabile dall’empatia che riesce a costruire con chi lo legge. Come per i testi narrativi, anche qui siamo portati «ad ammirare o detestare, amare o odiare» (1). Storie di ordinaria miseria che tracciano il perimetro stesso dell’umano: quella del bambino che «rende l’anima» per sopravvivere alla morte, o del piccolo Patrick che se ne sta seduto sul bastone della tenda per svanire dietro la pelle del geco, o del giovane James che abbandona il suo corpo galleggiando fino al soffitto per farsi una ragione di una cosa sbagliata (così la chiama!). Storie simili, fin troppo simili, all’universo psicotico dei campi, al «Warum?» di Primo Levi, al silenzio dei «salvati», col loro fardello di sofferenze psichiche che trapassano e prendono vigore da una generazione all’altra. Nelle pagine del libro, parole come «Umano», «Etica», «Relazione», «Empatia», «Memoria» sono fra quelle col maggior numero di occorrenze. A partire da queste parole, proverò a raccontare la mia personale esperienza di lettore.
Questo libro ha un’anima. Un nucleo duro che ne sostiene l’impianto teoretico e l’ispirazione etica, l’ermeneutica e le strategie cliniche. Da qui forse bisogna partire, dalla «realtà del trauma» che Clara Mucci assume come chiave euristica fondamentale. Per questa via, presente e passato, individuo e società, realtà e rappresentazione, natura e cultura non sono coppie oppositive, danno vita piuttosto a universi di significato fra loro interconnessi, in cui uno dei due poli passa nell’altro e viceversa. Dialetticamente, nel senso genuinamente hegeliano. 
Il trauma come lettura della contemporaneità. Leggiamo in proposito alcuni passaggi del nostro libro. Per Caty Caruth, alle radici del trauma c’è la Storia, con la maiuscola (2): «in una età catastrofica, il trauma stesso può offrire il trait d’union tra le culture», al punto da far dire alla nostra Autrice che «nel trauma perpetrato da mano umana, ciò che è umano definisce anche l’inumano» (Mucci: p. 6).
 E ancora: «dopo l’esperienza dei traumi reali con cui il Novecento si è dovuto misurare (guerre, eccidi, catastrofi, stermini, pulizie etniche, torture) […] una riformulazione del trauma sia psicoanaliticamente sia eticamente è diventata necessaria […] la verità dell’esperienza traumatica non è una patologia legata alla falsità o allo spostamento del significato, ma alla storia stessa» (p. 49). Con le stesse parole di Werner Bohleber, «con le esperienze estreme vissute e sofferte dagli uomini del XX secolo, il trauma si è trasformato in cifra interpretativa: non solo la psicoanalisi, ma anche le scienze umane hanno sperimentato la necessità di recuperare la ricerca e la comprensione in quest’ambito». È del tutto condivisibile, perciò, che Clara Mucci assuma la Shoah come radicale «cesura storica ed epistemologica» (p. 71).

È pur vero, però, che l’universo traumatico — coi suoi effetti di disregolazione affettiva, obliterazione del reale, dissociazione del Sé, disturbo di personalità, incorporazione fantasmatica dell’aggressore — ha tante scale di grigio. Dall’attaccamento disorganizzato e insicuro madre-bambino ai maltrattamenti, dall’abuso sessuale all’incesto, dal trauma cumulativo fino a quello sociale massivo. Nei casi più gravi, traumi perpetrati da mano umana producono, col tempo e da una generazione all’altra, comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle relazioni interpersonali, deficit immunitari, stati di iperarousal e ripetuti mortiferi kindling. Emozioni troppo forti che sfuggono al controllo della coscienza — in ogni evento, grave o meno che sia — sono il risultato di una sorta di disconnessione tra la zona corticale orbito frontale e il sistema limbico di destra, specialmente l’amigdala e l’ippocampo.
Aggiungerei anche che ben prima del Novecento gli umani hanno vissuto «esperienze estreme» — come le chiama Bohleber — di indicibile crudeltà e ferocia. Ogni volta, per tantissime volte, nello spazio liminale tra umano e inumano. A volerle mettere in elenco, un lunghissimo elenco, lasceremmo fuori quelle storie che — come le carte dell’Impero di Borges — si sono disperse lacere sotto l’inclemenza del sole e degli inverni (3). Eppure, non usiamo il termine «trauma» per descrivere lo squartamento dei condannati a morte, o le grida lancinanti dei supplizi, o i roghi degli eretici, né proviamo una particolare empatia per gli Alemanni trucidati e annientati dai Franchi. C’è una ragione, forse. Il trauma, come evento «reale», vive come tale in un campo che lo significhi. Per essere indagato come fenomeno, non solo individuale, ma soprattutto sociale e culturale, non si può prescindere dalla sua contestualizzazione storica.