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lunedì 6 luglio 2015

L'IDOLO DALLA BIBBIA A LACAN. Intervento di Massimo Recalcati sul libro di SILVANO PETROSINO



Notevole quest'ultimo libro di Silvano Petrosino; fin dalla copertina dove il volto dell'Io e del suo trionfo idolatrico, si sfalda lentamente fino a svanire. E' il destino dell'idolo. E parimenti il destino che la psicanalisi assegna all'Io. 
Pubblichiamo  alcuni passi dell'intervento di Massimo Recalcati “La Repubblica” (2.6.15), sul libro del filosofo Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015). 


La presentazione del libro si svolge 
martedì 24 novembre 2015, alle ore 18 
presso GALLERIA SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b a Milano.
Intervengono:
 SILVANO PETROSINO (filosofo)
MARIO GIORGETTI FUMEL (psicoanalista)
LUCA MOSCATELLI (biblista)

(…) In un libro che mette coraggiosamente a colloquio la lezione della Bibbia e quella di Lacan, titolato L’idolo. Teoria di una tentazione: dalla Bibbia a Lacan (Mimesis), Silvano Petrosino prosegue la sua perlustrazione critica del nostro tempo iniziata con due formidabili e saettanti libri: Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio (Melangolo, 2002) e Soggettività e denaro. Logica di un inganno (Jaca Book, 2012). 

Se le analisi sociologiche di Bauman mettono l’accento sul carattere “liquido” del discorso del capitalista, sulla sua tendenza alla dispersione e alla dissoluzione dei legami sociali, Petrosino ci indica come quel discorso proprio mentre azzera l’orizzonte simbolico del mondo offre al soggetto, attraverso la proliferazione mercificata di nuovi idoli, un rifugio, un riparo fantasmatico, una solidificazione della sua esistenza. Cos’è, infatti, un idolo? È una promessa di compattamento della vita umana. È una parte che il soggetto eleva alla dignità del tutto per sconfessare il carattere infinito del desiderio e la mancanza che esso porta irrimediabilmente con sé. In questo senso il culto dell’idolo è sempre un’operazione perversa, se la perversione è il tentativo di diventare padroni assoluti del proprio desiderio. Se, infatti, il desiderio è un’apertura che non si lascia mai colmare da nulla e se il soggetto del desiderio è un soggetto, come ci invita a pensare Lacan, lacunare, mancante, leso, l’inganno del discorso del capitalista consiste, secondo Petrosino, nel voler convertire la logica del desiderio in quella del bisogno offrendo al soggetto un oggetto in grado di garantirgli una consistenza.
L’idolo sorge, infatti, come oggetto capace di catturare fantasmaticamente il desiderio assorbendone la trascendenza. Per questa ragione l’idolo più grande, il più pericoloso, il più folle, è quello dell’Io. L’Io - come Lacan indica - non è altro che il soggetto “allo stato di idolo”, poiché l’idolo non è solo una falsa immagine di Dio, ma è soprattutto una falsa immagine dell’uomo. La tentazione più estrema sulla quale sia il testo biblico che quello di Lacan non risparmiano di ammonirci, è quella di fare dell’Io un oggetto capace di spurgare il soggetto di ogni mancanza e di ogni trascendenza. È il miraggio di falsa padronanza che ispira la perversione: il soggetto non appare più assoggettato alla trascendenza del desiderio, ma diventa padrone dell’oggetto del suo bisogno attraverso il suo possesso. È lo stesso inganno che pilota il collezionista che insegue l’ultimo agognato “pezzo” della sua collezione pur sapendo che nemmeno il possesso di questo pezzo potrà estinguere davvero la sua passione. L’idolo vorrebbe dare una consistenza sostanziale all’Io, renderlo autosufficiente, emanciparlo dalla trascendenza del desiderio, farne davvero l’ultimo “pezzo” della collezione. In realtà il culto dell’idolo si rivela essere una forma radicale di schiavitù: il soggetto si consegna al suo idolo perdendo se stesso. Non si soddisfa mai nel consumare l’oggetto, ma è piuttosto il godimento compulsivo degli oggetti che finisce per consumarlo. Cosa spinge l’uomo a fabbricare continuamente idoli se non per scansare l’impatto angosciante con la trascendenza del proprio desiderio? Con la propria libertà? Non è forse questo a cui alludeva anche Dostoevskij quando scriveva che «non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e tormentosa cura che quella di cercare un essere a cui inchinarsi»? 

giovedì 11 giugno 2015

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE MANI DELLA MADRE. Recensione a Massimo Recalcati


Presentiamo alcuni passi della recensione di 
Benedetta Tobagi al libro di Massimo Recalcati 
Le mani della madre (Feltrinelli). 
L'articolo è uscito su "La Repubblica" il 8.5.2015.  
Il testo completo:  



(...) Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero "una Legge nel desiderio" (...) il tratto caratteristico della funzione materna è "la cura particolareggiata", ossia l'amore per la vita incarnata nell'unicità irripetibile del figlio. 



«Il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo. Se «l'eredità materna riguarda il diritto del figlio all'esistenza», per converso, la vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta traumaticamente all'incontro violento e prematuro con l'insensatezza dell'essere». La madre è fondamento ma anche fondo oscuro dell'esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa' cuore, allora, ché è grande il pericolo», avverte Mefistofele.
L'autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui linguaggio ostico è "tradotto" da Recalcati in termini accessibili, ma il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni, passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio fondamentale sugli effetti devastanti della "madre morta" in senso affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un "lutto bianco" quasi impossibile da elaborare.
"Avere" un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia, piuttosto, nell'essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al servizio esclusivo del proprio godimento. Una presenza angosciante, come i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d'onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L'amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall'altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d'autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all'archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all'Altro. Senza quest'apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d'inadeguatezza) attraverso l'analisi.

venerdì 26 aprile 2013

COSA RESTA AL FIGLIO. . . di Giancarlo Ricci

Il disagio giovanile ma anche lo statuto di figlio oggi. 
Il tema dell'eredità, del divenire, per progetto. Irrompe un nuovo protagonista: il figlio -Telemaco, colui che scruta l'orizzonte del mare e attende che qualcuno arrivi.  
Massimo RECALCATI con il libro Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli)  propone Telemaco come figura che ci permette di leggere differentemente la situazione dei giovani oggi. 


Il tema dei giovani, del loro disagio, del loro avvenire è enorme. Se la trasmissione tra le generazioni si interrompe, se l’eredità si disperde, se i processi di filiazione simbolica si sfilacciano, l’umano rischia di estinguersi e di spegnersi. Non è in gioco la sovravvivenza dell’individuo ma quello della collettività, ossia di un patrimonio che “per possederlo davvero” occorre riconquistarlo. E se non viene riconquistato dai giovani rimane abbandonato, in disuso, dismesso, non attinto. 
La situazione d’emergenza in cui oggi si trovano i giovani, altro non è che lo specchio dell’estremo disagio della nostra civiltà. Non tanto nel senso che i giovani si rispecchiano nel mondo degli adulti. Ma che i giovani attuano, come dinanzi a uno specchio deformante, una sorta di caricatura o di parodia dei punti scabrosi e sintomatici della società: il cinismo diventa bullismo, il disfattismo si trasforma in vandalismo, l’inebriamento diventa sordo ottundimento, la libertà secondo cui tutto è possibile diventa dissipazione. 
“Il mito della libertà senza vincoli - osserva Recalcati - è un miraggio ipermoderno che fomenta la riduzione perversa della libertà - scissa da ogni forma di responsabilità etica - alla pura volontà di godimento”. Fino a un decennio fa, la volontà di godimento non era forse l’obiettivo edonista e liberatorio, che di generazione in generazione, veniva additato come un traguardo di civiltà? Appunto, le carte erano truccate. Cosa resta allora ai figli? Cosa resta ai giovani? Possono rimanere relegati in una terra di nessuno quasi fosse una riserva in cui sopravvivere senza speranza e senza progetto?

mercoledì 12 dicembre 2012

PICASSO, LACAN E SORELLE PAPIN


     Il delitto è davvero orribile. Il 2 febbraio 1933 nella cittadina francese di Le Mans due giovani sorelle, impiegate come domestiche, nel cuore della notte uccidono le loro padrone, madre e figlia. Si accaniscono sui loro corpi con coltelli e martelli deturpandole e cavandole gli occhi “come le Baccanti castravano”, commenterà poi Jacques Lacan. Lavano gli strumenti dell’atroce rito, si purificano anche loro e tornano a letto. (Giancarlo Ricci)