domenica 29 novembre 2015

OLTRE LA CENA UN'ULTIMA SCENA. Conversazioni con Maria Cristina Madau


Lunedì 30 nov. 2015, alle 18.30, presso l’INSTITUT FRANCAIS di Milano in Corso Magenta 63

conversazione in occasione della presentazione
del Catalogo della Mostra 

OLTRE LA CENA UN’ULTIMA SCENA,

con artisti e critici tra cui: 

LUCIANO CRESPI, CHIARA GATTI,
PIETRO MARANI, 
MARIA CRISTINA MADAU, GIANCARLO RICCI.



lunedì 6 luglio 2015

L'IDOLO DALLA BIBBIA A LACAN. Intervento di Massimo Recalcati sul libro di SILVANO PETROSINO



Notevole quest'ultimo libro di Silvano Petrosino; fin dalla copertina dove il volto dell'Io e del suo trionfo idolatrico, si sfalda lentamente fino a svanire. E' il destino dell'idolo. E parimenti il destino che la psicanalisi assegna all'Io. 
Pubblichiamo  alcuni passi dell'intervento di Massimo Recalcati “La Repubblica” (2.6.15), sul libro del filosofo Petrosino, L’idolo. Teoria di una tentazione. Dalla Bibbia a Lacan (Mimesis 2015). 


La presentazione del libro si svolge 
martedì 24 novembre 2015, alle ore 18 
presso GALLERIA SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b a Milano.
Intervengono:
 SILVANO PETROSINO (filosofo)
MARIO GIORGETTI FUMEL (psicoanalista)
LUCA MOSCATELLI (biblista)

(…) In un libro che mette coraggiosamente a colloquio la lezione della Bibbia e quella di Lacan, titolato L’idolo. Teoria di una tentazione: dalla Bibbia a Lacan (Mimesis), Silvano Petrosino prosegue la sua perlustrazione critica del nostro tempo iniziata con due formidabili e saettanti libri: Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio (Melangolo, 2002) e Soggettività e denaro. Logica di un inganno (Jaca Book, 2012). 

Se le analisi sociologiche di Bauman mettono l’accento sul carattere “liquido” del discorso del capitalista, sulla sua tendenza alla dispersione e alla dissoluzione dei legami sociali, Petrosino ci indica come quel discorso proprio mentre azzera l’orizzonte simbolico del mondo offre al soggetto, attraverso la proliferazione mercificata di nuovi idoli, un rifugio, un riparo fantasmatico, una solidificazione della sua esistenza. Cos’è, infatti, un idolo? È una promessa di compattamento della vita umana. È una parte che il soggetto eleva alla dignità del tutto per sconfessare il carattere infinito del desiderio e la mancanza che esso porta irrimediabilmente con sé. In questo senso il culto dell’idolo è sempre un’operazione perversa, se la perversione è il tentativo di diventare padroni assoluti del proprio desiderio. Se, infatti, il desiderio è un’apertura che non si lascia mai colmare da nulla e se il soggetto del desiderio è un soggetto, come ci invita a pensare Lacan, lacunare, mancante, leso, l’inganno del discorso del capitalista consiste, secondo Petrosino, nel voler convertire la logica del desiderio in quella del bisogno offrendo al soggetto un oggetto in grado di garantirgli una consistenza.
L’idolo sorge, infatti, come oggetto capace di catturare fantasmaticamente il desiderio assorbendone la trascendenza. Per questa ragione l’idolo più grande, il più pericoloso, il più folle, è quello dell’Io. L’Io - come Lacan indica - non è altro che il soggetto “allo stato di idolo”, poiché l’idolo non è solo una falsa immagine di Dio, ma è soprattutto una falsa immagine dell’uomo. La tentazione più estrema sulla quale sia il testo biblico che quello di Lacan non risparmiano di ammonirci, è quella di fare dell’Io un oggetto capace di spurgare il soggetto di ogni mancanza e di ogni trascendenza. È il miraggio di falsa padronanza che ispira la perversione: il soggetto non appare più assoggettato alla trascendenza del desiderio, ma diventa padrone dell’oggetto del suo bisogno attraverso il suo possesso. È lo stesso inganno che pilota il collezionista che insegue l’ultimo agognato “pezzo” della sua collezione pur sapendo che nemmeno il possesso di questo pezzo potrà estinguere davvero la sua passione. L’idolo vorrebbe dare una consistenza sostanziale all’Io, renderlo autosufficiente, emanciparlo dalla trascendenza del desiderio, farne davvero l’ultimo “pezzo” della collezione. In realtà il culto dell’idolo si rivela essere una forma radicale di schiavitù: il soggetto si consegna al suo idolo perdendo se stesso. Non si soddisfa mai nel consumare l’oggetto, ma è piuttosto il godimento compulsivo degli oggetti che finisce per consumarlo. Cosa spinge l’uomo a fabbricare continuamente idoli se non per scansare l’impatto angosciante con la trascendenza del proprio desiderio? Con la propria libertà? Non è forse questo a cui alludeva anche Dostoevskij quando scriveva che «non c’è per l’uomo rimasto libero più assidua e tormentosa cura che quella di cercare un essere a cui inchinarsi»? 

mercoledì 1 luglio 2015

IMMUNOLOGIA A PARTIRE DA AUSCHWITZ. Di Sergio Luzzatto


Sergio Luzzatto racconta in questa recensione 
(uscita su Kolòt voci, il 8.6.15)  la storia del medico ebreo Ludwik Fleck che sperimentò nel ghetto di Leopoli un vaccino anti-tifo tratto dai pazienti infetti: un ufficiale SS ne fu colpito e gli affidò la guida del laboratorio nel Lager. 
Il libro: Arthur Allen, Il fantastico laboratorio del dottor Weigl. Come due scienziati trovarono un vaccino contro il tifo e sabotarono il Terzo Reich (traduzione di Enrico Griseri), Bollati Boringhieri 2015.


Primo Levi ha riconosciuto come decisivo per la sua sopravvivenza ad Auschwitz il fatto di avere potuto lavorare, da un certo momento in poi, nel Kommando Chimico di Monowitz-Buna. Di essere stato reclutato, grazie alla sua laurea scientifica, in quella caricatura della ricerca sperimentale che nella fabbrica Buna corrispondeva al laboratorio del Reparto Polimerizzazione.


 L’ebreo italiano tatuato con il numero 174517 è sopravvissuto perché aveva superato, al cospetto del «Doktor Pannwitz», un «esame di chimica» (è il titolo di un capitolo di "Se questo è un uomo") talmente improbabile e grottesco da contenere – forse – l’«essenza della grande follia della terza Germania». Un anno prima di lui, a un altro uomo di scienza toccò di avvicinare l’essenza di quella grande follia. Era un uomo di oltre vent’anni più vecchio del venticinquenne Primo Levi, e ben più noto di lui prima di essere deportato. Era un medico polacco, un ebreo di Galizia che si chiamava Ludwik Fleck e che aveva pubblicato in tedesco, nel 1935, Genesi e sviluppo di un fatto scientifico: una pietra miliare della moderna epistemologia. Nella Leopoli tragica del 1943, toccò a Fleck di superare, al cospetto di un tale dottor Weber delle SS, un esame di batteriologia. E gli toccò quindi di aderire al più incongruo possibile dei profili professionali: immunologo ad Auschwitz.
    La storia di Fleck, e delle straordinarie circostanze che lo portarono a dirigere il laboratorio sierologico del cosiddetto Istituto di Igiene di Auschwitz, è raccontata ora in un libro tradotto per i tipi di Bollati Boringhieri: ll fantastico laboratorio del dottor Weigl, di Arthur Allen. Un gran bel libro, sul più ingrato degli argomenti: la lotta contro il tifo nell’Europa del Terzo Reich e della Soluzione finale; nell’Europa di Heinrich Himmler e del dottor Mengele, delle finte docce di Auschwitz e delle vere camere a gas. Il collante della storia è rappresentato – evidentemente – dai pidocchi. Dagli insetti parassiti, che fin dall’inizio del Novecento erano stati scientificamente riconosciuti quali agenti infettivi del tifo. E dagli ebrei, che fin dagli esordi del nazismo erano stati additati quali parassiti disgustosi e ubiqui, che andavano estirpati dal corpo sano della Germania e dall’intero suo «spazio vitale». La «geomedicina» tedesca degli anni Trenta aveva fatto il resto, promuovendo l’idea che il tifo fosse una patologia caratteristicamente ebraica, e prestando così legittimazione scientifica alla costruzione dei ghetti. Dopodiché, il nesso cogente tra disinfestazione dai pidocchi e disinfestazione dagli ebrei aveva trovato la più plastica delle evidenze – ad Auschwitz-Birkenau – nella procedura di svestizione che immediatamente precedeva l’andata in gas.
    Nella Leopoli cosmopolita degli anni Venti, il giovane Ludwik Fleck era stato assistente di Rudolf Weigl: lo zoologo austro-polacco che aveva poi, negli anni Trenta, messo a punto un sistema pioneristico (ancorché disgustoso) per produrre un vaccino anti-tifo. Vaccino ottenuto alimentando larve di pidocchi con sangue umano, che gli insetti succhiavano dalle cosce e dai polpacci di donatori volontari; iniettando nei pidocchi sani il batterio del tifo tratto da pidocchi infetti; omogeneizzando e centrifugando gli intestini dei pidocchi contaminati, ripieni del sangue succhiato agli «alimentatori». Alle soglie della Seconda guerra mondiale, il vaccino di Weigl rappresentava quanto di più efficace fosse conosciuto in Europa quale metodo di profilassi antitifica. Il che contribuisce a spiegare il destino occorso al laboratorio del dottor Weigl dopo l’Operazione Barbarossa del giugno 1941, cioè dopo l’invasione tedesca dell’Europa orientale.

giovedì 11 giugno 2015

IL VOLTO, LO SGUARDO E LE MANI DELLA MADRE. Recensione a Massimo Recalcati


Presentiamo alcuni passi della recensione di 
Benedetta Tobagi al libro di Massimo Recalcati 
Le mani della madre (Feltrinelli). 
L'articolo è uscito su "La Repubblica" il 8.5.2015.  
Il testo completo:  



(...) Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero "una Legge nel desiderio" (...) il tratto caratteristico della funzione materna è "la cura particolareggiata", ossia l'amore per la vita incarnata nell'unicità irripetibile del figlio. 



«Il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo. Se «l'eredità materna riguarda il diritto del figlio all'esistenza», per converso, la vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta traumaticamente all'incontro violento e prematuro con l'insensatezza dell'essere». La madre è fondamento ma anche fondo oscuro dell'esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa' cuore, allora, ché è grande il pericolo», avverte Mefistofele.
L'autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui linguaggio ostico è "tradotto" da Recalcati in termini accessibili, ma il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni, passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio fondamentale sugli effetti devastanti della "madre morta" in senso affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un "lutto bianco" quasi impossibile da elaborare.
"Avere" un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia, piuttosto, nell'essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al servizio esclusivo del proprio godimento. Una presenza angosciante, come i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d'onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva». L'amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall'altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d'autostima.
A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all'archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all'Altro. Senza quest'apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d'inadeguatezza) attraverso l'analisi.

venerdì 1 maggio 2015

L'ETERNITA' INVECCHIA. Sulla poesia di Celan. Di MARIO AJAZZI MANCINI

Giovedì 28 maggio alle ore 18.30, 
presso i FRIGORIFERI MILANESI (via Piranesi 10 - Milano) si svolge la presentazione del libro di Mario Ajazzi Mancini L'eternità invecchia. Sulla poesia di Celan 
(Orthotes Edizioni). 
Oltre all'autore intervengono: Dario Borso, Nicole Janigro, Rosalba Maletta, Giancarlo Ricci

Lungo uno schema “narrativo” il libro si presenta come una serie di letture  intorno all’ultima produzione di Paul Celan, alla cosiddetta opera postuma (dal 1967 al 1970). L'eternità invecchia che riprende e completa un lavoro svolto in un volume precedente (A nord del futuro,  Clinamen 2009) è anche un libro sulla traduzione. Esso interroga la lingua italiana a partire dal confronto con un testo originale straordinariamente arduo, ma tale anche da offrirle opportunità di trasformazione e “arricchimento”. In questa prospettiva, la riflessione sulla lingua diviene per lo più riflessione filosofica sulla poesia, intesa come condizione estrema del significare, limite di dicibilità sul bordo dell’insensatezza. I temi sono le “cose ultime” e il modo in cui è ci concesso parlarne: la vita, la morte, il sacrificio, l’incontro, il dialogo, l’attenzione, la preghiera, la follia… 
Leonardo, Diluvio, 1515 ca.
Queste "cose ultime" si presentano nella scrittura di Celan in un' infinita varietà di forme. In tal senso egli è un mirabile interprete del ‘900. La sua opera conclusiva sporge con decisione dai confini storici, e offre al pensiero, alla parola la speranza di un oltre. Un oltre talvolta anche luminoso. Letture, storie di lettura, intorno all’ultima produzione poetica di Paul Celan, che cercano di sporgersi oltre la soglia idealmente tracciata dalla raccolta Atemwende (Svolta di respiro) del 1965 – pubblicata nel 1967. Per raccontare degli ultimi anni di una vita dedicata alla memoria e alla poesia, alla testimonianza di una ignominia (la Shoah) e alla ricerca inesausta di un dire che potesse essere innocente nella lingua di chi forse non potrà mai esserlo. Ma anche ad accordare alla scrittura una fiducia tanto impossibile quanto straordinaria, per la sua capacità di fare argine, di compattarsi sul bordo dell’insensatezza. Posta etica che si trascrive nella massima densità di una parola, talvolta una singola parola, che è limite e sfida per la traduzione. Tanto feconda nondimeno da concedere uno sguardo differente sulle medesime cose che questa poesia indica come decisive e inaggirabili. Preghiera, sacrificio, speranza, dialogo (perfino nella follia) ... Tanto sul versante degli interlocutori quanto dei luoghi di un confronto dal passo serrato sulle piste di quest’avventura, affinché dall’Assisi di Francesco, dalla Hütte di Heidegger, dal monte Moriah, da Parigi e Gerusalemme, sia possibile affermare che la vita è da benedire, da dire bene ogni volta che c’è, e che si attesta nella mirabile varietà dei nomi, delle figure in cui si declina, siano quelle di un ciuchino mansueto, dell’ariete sacrificale, delle lucciole (vers luisants) che continuano a vagare, intermittenti lumicini di affidamento, speranzosamente accordato a ogni incontro.

sabato 25 aprile 2015

LA BANALITA' DEL SUICIDIO E GLI ALTRI di Giancarlo Ricci

L’aereo precipita. Il pilota cerca disperatamente di riprendere quota. Gli alberi e le rocce sotto di noi si avvicinano e si ingrandiscono paurosamente. Molte volte abbiamo visto questa scena, al cinema o alla televisione, comodamente sdraiati sul divano, con le mani che stringevano i braccioli. No, questa volta non c’è il lieto fine, l’istante miracoloso della salvazione. L’aereo finisce contro le rocce con un boato. Tutto finisce.  E pare proprio il trionfo del male. 
Perché facciamo fatica a dimenticare il recente fatto di cronaca del pilota suicida con il suo insano gesto di portare alla morte decine di passeggeri?  Credo perché qualcosa nel nostro immaginario si raddoppia. Siamo abituati nei film a vedere scene del genere: aerei che precipitano, il terrore dei passeggeri, il corpo a corpo tra i buoni e i cattivi, la lotta tra sequestrati e sequestratori. L’immaginario della modernità ama il gigantismo, gli effetti speciali, la sconfitta del male, le azioni degli eroi.  
Eppure il raddoppiamento tra finzione e realtà rende ancora più traumatico l’avvenimento. Anzi, forse, costituisce il trauma stesso: qualcosa che avevamo immaginato si realizza, oltrepassa la finzione dello schermo e ci invade con terrore. Non solo: ciò che avevamo immaginato come le scene più “intense” di un film - l’aereo mentre precipita, il grattacielo in fiamme, il transatlantico che si inabissa - ci intratteneva, occupava il nostro tempo libero. Erano scene che in qualche modo - orribile a dirsi - ci appassionavano o addirittura ci divertivano. Facciamo fatica, in questo contesto, a scrivere la parola “divertiva”: suona come qualcosa di blasfemo o di sacrilego. E così ci troviamo lacerati. Eppure qui, proprio in questo punto così critico c’è qualcosa di opaco che pulsa, quasi un enigma che persiste a non farsi interrogare. 

Da una parte la finzione in cui un evento drammatico viene rappresentato in tutta la sua drammaticità, dall’altra la dura e feroce realtà che replica lo stesso evento dando luogo a una sconvolgente tragedia. Non c’è, non può esserci, mediazione possibile. Anzi c’è uno iato, una scissione, un baratro tra questi due territori. E noi ci troviamo in mezzo a questa divisione, sospesi nello stupore e nell’incredulità. Ci chiediamo non tanto come è potuto accadere, ma per quale via ciò che abbiamo immaginato nella finzione abbia potuto avverarsi. E’ proprio qui il punto di un’incrinatura insanabile. Come quel celebre attore che l’11 settembre 2001, dalla finestra del suo hotel, vede le fiamme avvolgere le Torri Gemelle. Incredulo accende la televisione per verificare se fosse vero. E lo schermo trasmette appunto, in diretta, il crollo delle Torri. 
Questi spunti aprono una serie di questioni. Tra le tante ci soffermiamo sul tema della distruzione e della pulsione di morte, come la chiama la psicanalisi. A tal proposito le pungenti parole di Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo lasciano intravedere una prospettiva sorprendente: “L’uomo talvolta ama tremendamente la sofferenza addirittura fino alla passione [...]. Ama creare e aprirsi nuove strade ma allora perché egli ama così appassionatamente anche la distruzione e il caos?”. Non è facile rispondere a questa domanda. Che rimane in bilico come una piuma tra il tema del male e quello dell’umano, tra il destino e la scelta, tra la constatazione della necessità e l’istanza della libertà. 
     Il soggetto umano, nel nostro caso, è un pilota d’aerei. Un semplice pilota. Ma non potremmo parlare di un semplice suicida, né tantomeno della banalità del suicidio. Perché il vero enigma pare coincidere, anche qui, con una sorta di diabolico raddoppiamento: Il gesto di togliersi la vita, e per tragica conseguenza portare alla morte decine di passeggeri. Questo doppio l’enigma si coniuga in modo indissolubile con l’istanza della giustizia. Perché mai per darsi la morte occorre far morire altre 149 altre persone? Non ci sono risposte possibili. Solo crude constatazioni e parecchie altre domande: da dove proviene il distruggere umano, quel distruggere "di fronte al quale - osservava Jacques Lacan - persino gli animali feroci recedono inorriditi"? Qui le nostre considerazioni terminano, o meglio, come una piuma rimangono in bilico tra l’umano e l’inumano. Una vertigine. 

sabato 24 gennaio 2015

Charlie o non Charlie, un dilemma amletico? Di Giancarlo Ricci

     Molti, moltissimi, subito dopo gli atti terroristici di Parigi, hanno dichiarato: Je suis Charlie. Qualche riflessione. Non tanto sul nominare Charlie, nome assassinato e messo a morte, quanto sull’essere Charlie: Io sono Charlie. Dichiarazione di identità? Orgoglio di appartenenza? Difesa dei valori rappresentati da Charlie Hebdo? La solidarietà qui è assoluta. Ma, proprio per questo, affermare con orgoglio Je suis Charlie ci sembra poco, quasi un’occasione persa. All’offesa possiamo rispondere in modo tremendamente più lungimirante. L’affermazione “Io sono Charlie” ci pare connotata dalla modestia, e altrettanto “Io non sono Charlie” (che osa di più): non suona come l’anima bella ferita nella sua ipnotica identità narcisista? 
Io sono allo specchio - Iccir, 2010
Perchè affermare Je suis Charlie ci sembra poco? Perchè “essere” Charlie significa - con tutto il rispetto - rinchiudersi in un recinto identitario sgangherato. Tra l’altro non so se è stato notato che je suis, in francese, è al contempo voce del verbo être e del verbo suivre: si scrivono e si pronunciano infatti allo stesso modo. Dunque oltre a “Io sono Charlie”, c’è anche “Io seguo Charlie”. Dunque chi sono? Un lettore, un seguace, un follower di Charlie? La mia identità, la “nostra” identità di “occidentali” ha bisogno di un supporter, di un idolo cui aggrapparsi? 
    Proviamo a fare un giro più ampio. Scomodiamo Cartesio con il suo celebre “penso dunque sono”. Non aveva torto, a suo modo, nel far presente che innanzitutto, prima di poter dire Io, occorre che ci sia pensiero. Lo psicanalista Jacques Lacan ha voluto sottolineare che l’inconscio non è addomesticabile dall’astuzia della ragione. Ha così lanciato un aforisma folgorante: “Penso dove non sono, e sono dove non penso”. Un duro colpo alla ragione più o meno illuminata o illuminista, a quella ragione che crede di farla sempre da padrone. 
Lo specchio mi guarda - Iccir, 2010
In effetti con la psicanalisi, abbiamo un corpo a corpo tra l’Io, che presume di farla sempre da padrone, e un territorio impensabile (l’inconscio) dove l’Io non è in grado di pensarsi, piuttosto è pensato. Per questa via i giochi si sovvertono e si rovesciano. Una lotta interminabile insomma, una rincorsa infinita tra guardie e ladri, tra terroristi e polizia potremmo dire oggi, trasponendo. Un seguire e un inseguirsi per avere ragione dell’Altro. Qui i confini svaniscono, il paradigma immunitario impazzisce. Il risultato: la barbarie abita il cuore della civiltà come una sorta di virus autoimmune.
Così nell’orgogliosa affermazione Je suis Charlie, qualcosa, e forse parecchio, rimane nell’ombra, nella finzione della dimenticanza, nel punto cieco della buona coscienza, nel punto vuoto di un’identità che ha bisogno di appoggiarsi a un Altro per poter stare in piedi. Quasi come il dilemma di Amleto: essere o non essere? Chi sono io? Come o da dove trovare il garante della mia identità? Forse che Charlie rappresenta il mio Altro in cui riconoscermi e in cui rispecchiarmi? Soprattutto occorre convincersi che la mia libertà, se è tale, deve avere la caratteristica di essere senza limiti. Tutto il resto non importa. La responsabilità che tutto il resto implica e chiama in causa, non importa.
Lo sguardo dell'angelo - Iccir, 2010
   Qualcosa di indichiarabile e di indicibile si spalanca nella battuta Je suis Charlie, piuttosto fa avanzare un’ombra, una macchia cieca, una zona scotomizzata. E’ talmente macroscopica che non si vede. Un grande studioso di diritto nonchè psicanalista, Pierre Legendre, in un notevole libro dal titolo L’Occidente invisibile (Medusa, 2009), scritto un decennio or sono, notava: “L'Occidente contemporaneo evita di affrontare il fondo, al contempo oscuro e tragico, della questione dell'identità, al punto che, in un paese come la Francia, la parola stessa identità rimane oggi bandita (p. 24).    

     Sì, l’Occidente ha perso il bandolo e pretende di bandire le differenze per affermare una presunta supremazia: “Oggi - prosegue Legendre -  l’Occidente si vede in un rapporto ormai sempre più pericoloso con le culture giudicate ribelli. Resta da afferrare l’Occidente come non si vede, vale a dire straniero a se stesso e tuttavia sempre se stesso” (p.11). E ancora: “La modernità contemporanea sta per affrontare la sua zona d'ombra, in quanto si troverà immancabilmente alle prese con gli effetti di quel che essa misconosce della propria evoluzione:  la minaccia che pesa sul suo rapporto alla Ragione” (p. 8). In effetti, senza accorgersene “siamo i prigionieri di storie genealogiche, gli eredi di un certo modo di costruire la ragione di vivere (…) e per questa via, noi Occidentali, strutturalmente restiamo tanto tradizionalisti e tanto conservatori quanto il resto dell’umanità” (p. 26). 

sabato 17 gennaio 2015

SULLA LIBERTA', SENZA SATIRA. Pensieri su "Charlie Hebdo" e sui nostri occidentali disorientamenti. Di G.Ricci

L’etimo di satira rinvia a saturo, a saturazione, a miscuglio, e anche al gioco sferzante del satiro, creatura lasciva e dedita a voluttuose ebrezze. Ma chi avrebbe immaginato che la satira potesse oggi diventare oggetto di tante pallottole? Dopo le stragi di Parigi è comprensibile che moltissimi parlino di libertà di satira e facciano di questa libertà un emblema assoluto.
Ma è proprio qui che appare un nodo: che la sfrenata libertà di satira venga fatta coincidere con l’emblema della libertà, della Libertà di noi occidentali. Quest’ultimi venerano l’idolo della libertà senza accorgerci che la libertà pone immediatamente la questione stessa dell’altro (e dell’Altro), degli altri, del prossimo, del simile, del Nebenmensch freudiano.
Babele       - Iccir, 2011
  
    

   Gli occidentali gridano che ciascuno deve essere un soggetto libero: libertà di espressione, libertà di pensiero, libertà di godere, libertà di desiderare. Il punto cieco è che non può esistere un “soggetto libero” perché il soggetto (sub jectum), per definizione, è già da sempre assoggettato. Se così non fosse la psicanalisi, ma non solo, non avrebbe più alcun senso, svanirebbe in un soffio. Rimarrebbe (ma già ci siamo) il regno dell’Io, il regno della padronanza e dell’esercizio della libertà, appunto.
Il punto cieco, invisibile e scotomizzato, è che ogni libertà ha il suo foro esterno e il suo foro interno, come dicevano gli antichi, ovvero una doppia responsabilità, verso la dimensione “pubblica” e verso quella “privata”. Più semplicemente: la scissione propugnata dalla contemporaneità, per motivi di business, di ingegneria sociale e di espansione dei mercati, tra il concetto di libertà e quello di responsabilità, promuove allegramente una schizofrenizzazione dei legami sociali e una concezione perversa della comunità. Delocalizza il “pubblico” e il “privato”, offre il diritto al godimento senza limite, addomestica l’alterità a favore dell’alterazione.

Ba-babele      - Iccir , 2011
L’attuale e celebrata enfasi posta sulla satira fa pensare. Nulla contro “Charlie Hebdo”, anzi un omaggio. Ma che sia un omaggio alto, il più alto. Tanta enfasi sulla satira fa pensare perché in fondo la satira è una figura della comicità. La quale è decisamente diversa dal Witz, dove un frammento di verità irrompe accompagnato dalla risata, e ben distinta dalla grandiosità dell’umorismo che, incurante dell’avversità, non ride ma difende a perdifiato l’umano. Freud lo ha insegnato, ma anche Pirandello, Bergson e un numero indefinibile di saggisti, scrittori, poeti, pensatori. 
No, la satira non raggiunge le vette, per sua natura. Vive e talvolta vivacchia all’ombra della trasgressione, del piccolo divertimento, della provocazione. Gioca a scompigliare il “politicamente corretto” (di questo dobbiamo darle merito). La satira attende che l’altro reagisca e accusi il colpo (purtroppo abbiamo visto). Non osa dire cosa realmente pensa ma si appoggia a ciò che è stato detto da un altro per far sentire la sua voce. Vorrebbe avere voce in capitolo ma manca di un pensiero proprio. E allora graffia, punzecchia, giunge sino al sarcasmo, si serve della parodia e della caricatura. Deturpa, sfregia, devasta. Ma soprattutto: dissacra, consacra, massacra. In nome di un voler dire... che non è detto e non si dice. Si può solo immaginare o disegnare.
Post Babele      - Iccir, 2011
    Ahimè, moriremo di satira, noi sedicenti occidentali. Andremo a picco per aver imbarcato troppi satiri con le loro gaie e prevedibili ebbrezze. Moriremo saturi, pieni delle nostre satire. Saturi delle nostre libertà bulimiche, saturi dei nostri diritti preconfezionati, saturi delle nostre coscienze ciniche e imbellettate.  Cediamo a compromessi su tutte le altre libertà, ma alla libertà di satira non rinunciamo. Per dimostrarlo dobbiamo spingere la satira fino alla blasfemia e all’insulto. Ormai, quando tutto è possibile, quando tutto è consumabile e immaginabile, rimane l’effetto speciale. Un incubo.
Il teorema risulta devastante: solo senza un limite possiamo dimostrare di essere davvero liberi. Solo così siamo davvero Occidentali e possiamo esserne orgogliosi. Di ciò che sta tramontando (alla lettera: che si sta occidentalizzando) non ci interessa un bel niente. Del resto se possiamo fare ancora satira sfrenata e gratuita, significa che gli “occidentali disorientamenti” non ci toccano. 
Abbiamo la libertà, ce la siamo guadagnata: abbondante, senza limiti, cieca, sorda, autoreferenziale. Ciò che è accaduto si è incagliato in qualche angolo della nostra memoria e ogni tanto riaffiora. Non importa, avremo pure la libertà di ignorare? Ciò che oggi accade, ogni giorno in qualche angolo della storia, ci getta addosso ciò che non abbiamo voluto sapere. Non importa, abbiamo pure la libertà di scansarci, nevvero? Ciò su cui dovevamo dire qualcosa, qualcosa che ci sfiorava o ci colpiva in pieno volto, è rimasto nel mesto e composto tacere. Perché non potremmo essere liberi di sottacere? Di voltarci elegantemente dall’altra parte? La libertà riserviamola, per favore, solo per cose serie. 
     E così facendo ogni paradigma immunitario si sgretola,
Babele araba - Iccir, 2011
impazzisce, confonde amici e nemici, rende irriconoscibili le libertà vere da quelle apparenti, quelle proclamate da quelle praticate. Rende luccicanti quelle libertà in cui facciamo finta di riconoscerci e con cui amiamo confortarci, e getta nella dimenticanza e nel silenzio tutto il resto. Le pattumiere sono colme di quantità enormi di libertà usate e gettate. L’inconscio non perdona. E ci aspetta al varco quando meno ce lo attendiamo. Non satireggia l’inconscio. E non indietreggia. Avanza a colpi di reale. 

domenica 28 dicembre 2014

L'ascolto dell'analista.Testimonianza di Suzanne Hommel.



 Gestapo come geste à peau
  Il breve racconto di Suzanne Hommel, psicanalista dell’Ecole de la Cause Freudienne e dell’AMP, evoca una seduta con Lacan avvenuta nel 1974. E’ il frammento di una testimonianza intorno alla pratica clinica, al lavoro della parola e del significante.
 L’ascolto dell’analista restituisce un altro senso al corpo, alla carne, alla pelle. L’inconscio talvolta è a fior di pelle. Dal significante Gestapo ritorna per via acustica geste à peau: la carezza di Lacan è un gesto che si scrive sulla pelle, un gesto a pelle. Non rimane senza effetti (Giancarlo Ricci).
   Ma è anche la voce di Hommel - rauca, lontana, affaticata - a colpirci. Viene da lontano, da un'altra regione, da una memoria che stenta a ritrovarsi, che resiste ad affacciarsi al ricordo. 
  La testimonianza è tratta dal film di Gérard Miller “Rendez-vous chez Lacan” (2011).

giovedì 13 novembre 2014

EPPUR SI VIVE. Di Giancarlo Ricci

Note di lettura di G. Ricci al libro di Alberto Antonio Semi    Psicoanalisi della vita quotidiana (Cortina)

Porre l’accento sulla quotidianità, come del resto fece Sigmund Freud con il suo celebre Psicopatologia della vita quotidiana che nel 1901 apriva il sipario sul nuovo secolo, comporta di fatto una sorta di anticipazione, di accelerazione. Il rassicurante motto “eppur si vive” non appartiene più all’età dell’oro della semplicità. Infatti non siamo più in attesa del futuro, ma è il futuro che ci rotola addosso, che ci investe violentemente e concretamente. E ci trova impreparati, addirittura frastornati nel tentativo di capire se qualcosa è già avvenuto o stia ancora accadendo. Come se la nostra memoria - storica, soggettiva, epocale - avesse cambiato, improvvisamente e senza informarci, il suo sistema di rappresentazione e la sua coerenza. Così la quotidianità e il quotidiano lavoro della nostra psiche, giorno dopo giorno, sembrano perdere la loro forza progettuale, sembrano sfaldarsi nell’impatto con il reale di tutti i giorni. 


Quasi non ci accorgiamo che i nostri piedi sono sulla terra e che camminano, giorno dopo giorno e ora dopo ora, nell’“ordinaria  straordinarietà della quotidianità”. Parole, quest'ultime, con cui lo psicoanalista Antonio Alberto Semi, nel suo ultimo libro Psicoanalisi della vita quotidiana (Raffaello Cortina), lancia il suo invito: “Forse sarebbe ora che tutti cercassimo di tener conto dell’inconscio nella vita quotidiana, del lavoro che implica, delle difficoltà che comporta ma anche delle possibilità che la considerazione dell’inconscio apre ai nostri occhi”. In fondo, e la sensibilità di Semi lo evidenzia in vari punti del suo lavoro, la nostra percezione del tempo è mutata e sta mutando. “Da un lato l’umanità punta, perché ne ha bisogno, sullo sviluppo dell’individuo, ma dall’altro cerca disperatamente (e spesso ci riesce) di combattere e reprimere lo sviluppo della soggettività”: ecco un punto decisivo che riaffiora spesso nel libro. E’ il tema della soggettività, che oggi sembra perdersi nei miraggi di risposte facili e rassicuranti. “Si rischia di essere travolti dall’ondata di ritorno del biologismo, del cognitivismo, dalla richiesta di guarigione rapida”. Di sicuro la complessità della realtà concreta dei nostri giorni ci costringe a uno sguardo sulla contemporaneità un po’ meno trasognato e decisamente più realista. 

mercoledì 17 settembre 2014

AUTORIZZARSI e AUTORITA'. Di Giancarlo Ricci


Pubblichiamo la prima parte dell'articolo di Giancarlo Ricci su "Autoritas e autorizzarsi" relativo allo statuto dello psicoanalista. L'articolo è uscito presso il  4° numero dei Quaderni LETTERA dedicato a "Cura e soggettivazione" (Mimesis, 2014). 

“Come sperare di far riconoscere uno statuto legale a un’esperienza di cui non si sa neppure rispondere?”. In questa radicale e decisa considerazione che Jacques Lacan rilancia in un intervento successivo alla celebre “Proposta del 9 ottobre 1967”, l’accento è posto sulla consistenza giuridica, addirittura legale, dell’esperienza analitica. Come risponderne oggi, dopo quasi mezzo secolo? 
I tempi sono parecchio cambiati da quegli anni lontani eppure così fondativi. Se gli scenari sociali, istituzionali, giuridici (la Legge Ossicini) sono mutati, le questioni che rimangono aperte in merito allo statuto dello psicanalista, alla sua formazione, al suo riconoscimento sono quanto mai attuali. 
Soffermiamoci sulla frase iniziale di Lacan. In sintesi egli si interroga intorno alla possibilità di fondare un’esperienza, quella psicoanalitica, che abbia a pieno titolo una consistenza giuridica. Nelle annotazioni che seguono proponiamo  alcune riflessioni relative alla differenza tra due concetti basilari del diritto, quello di potestas e di auctoritas.
    Nella loro distanza infatti scorgiamo alcuni interessanti elementi che possono contribuire alla riflessione sull’esperienza dello psicoanalista. Ci sembra infatti che un’elaborazione analitica dello statuto dello psicoanalista non possa fare a meno di passare dalla differenza tra potestas e auctoritasPartiamo da alcune notazioni generali. Il diritto allo stato puro consiste nell’esercizio della potestas, ossia del potere di decidere, di nominare, di istituire una legge o una norma. Nel diritto romano, in alcuni casi era anche il potere di vita o di morte su qualcuno. Invece l'auctoritas, semplificando, indica un potere attribuito, supposto, e quindi si svolge sul versante dell’effettualità: è quell’istanza al quale rivolgiamo la nostra domanda sperando di ottenere una risposta efficace, feconda, in un certo senso improntata alla nostra soggettività e al modo con cui percepiamo l’Altro. Balza agli occhi la prossimità tra il concetto di  auctoritas e quello di soggetto supposto sapere  elaborato da Lacan a proposito della struttura del transfert.
E' interessante notare, parallelamente, che sul piano della teoria del diritto, il concetto di auctoritas presenta alcune contraddizioni e paradossi. È come se il diritto non potesse fare a meno di recepire la questione del transfert e cercasse una soluzione logica per neutralizzarla, per desoggettivarla in nome di un universalismo. Per definizione l'auctoritas  è la proprietà dell'auctor, cioè della persona (per esempio il pater familias ) che interviene per conferire validità giuridica all’atto di un soggetto. Auctor - precisa Benveniste - è “colui che promuove, prende un’iniziativa, che è il primo a produrre una qualche attività, colui che fonda”.  Auctor proviene dal verbo augeo, ossia aumentare, accrescere, “far esistere”, “produrre qualcosa dal proprio seno”. 
Giorgio Agamben nel suo lavoro Stato di eccezione, dopo aver considerato il tema della festa, del lutto e dell’anomia, dedica un paragrafo alla problematica relativa alla dialettica tra autoritas e potestas. Per esempio annota: “È sufficiente riflettere sulla formula auctor fio (diventare autore) e non semplicemente auctor sum (sono autore) per rendersi conto che essa sembra implicare non tanto l’esercizio volontario di un diritto, quanto il realizzarsi di una potenza impersonale nella persona stessa dell’auctor”. E più avanti propone un’interessante considerazione: “Ogni autore è sempre co-autore: l’autoritas non basta a se stessa: sia che autorizzi, sia che ratifichi, essa suppone un’attività estranea che essa convalida”. Se leggiamo queste parole nel contesto relativo all’autorizzarsi in quanto analista, scorgiamo la necessità logica di un’associazione psicanalitica. “L’autoritas infatti non basta a se stessa”. Esattamente come l’autorizzarsi analista da solo risulterebbe problematico.

mercoledì 27 agosto 2014

LE CITTA' DI FREUD. Di Tiberio Crivellaro


Uscito sul giornale LA SICILIA (15.8.2014), il testo di Tiberio Crivellaro ripercorre il libro di G. Ricci Le città di Freud. Viaggi, orizzonti, emblemi di un viaggiatore (Jaca Book). 
In Sicilia ogni luogo era, nel viaggio di Freud, l'occasione di un'ispirazione che produceva altri pensieri. 

Davvero singolare il modo in cui Giancarlo Ricci, ne Le città di Freud (Jaca Book), documenta i viaggi dello psicanalista viennese. Freud viandante che percorre la mitteleuropa antecedente e successiva al primo conflitto mondiale. Da Freiberg (luogo di nascita - 1856) al Mediterraneo e all'Atlantico, fino a Londra (1938). Nei continui itinerari dal sapore significante, il seme della curiosità lo porterà alla fioritura della psicanalisi. Un'avventura intellettuale e scientifica di portata senza eguali.

Nel libro, le città considerate dall'autore sono quaranta. Disposte in ordine cronologico per via di certe scelte o motivi che determinano pause temporali cui, si è certi, vi sono stati tentennamenti, timori, perfino fobie. Come, ad esempio, quella di viaggiare in treno, che causò ansia e panico per 15 lunghi anni. Queste città, oltre i presupposti scenici, forniscono prospettive evocative accendendo micce per profonde elaborazioni che lo hanno portato a strutturare i complicati meccanismi dell'inconscio.

Nel suo "diario di bordo", Freud stende con cura le sue impressioni trattando artisticamente la parola; la topica dell'analista che riorigina territori sepolti, dimenticati o sconosciuti con la lingua dell'inconscio, talmente particolare da assumere valore poetico nonché mitico del moderno Odisseo. Qui, Ricci, con mestiere, rianima molte delle notazioni di Freud intorno i suoi viaggi, alle sue "erranze". Ricci è detective straordinario quando si avvale di aurei indizi atti a seguire la pista fino all'approdo. Indizi specificati nei sei capitoli: "Porta Orientis"; "Girovagando"; "Il Mediterraneo"; "L'Altro Continente"; "La Seconda Europa"; "La città Ultima". Gli approdi (perché di riuscita si tratta) di Freud non sono solamente le grandi capitali quali: Vienna, Parigi, Berlino, Praga, Zurigo, Atene, Roma, New York, Budapest e Londra, ma anche città minori e centri più piccoli non assolutamente trascurabili.

Tra le regioni italiane spicca la Sicilia. In una lettera a Jung (1910), affermerà: "La Sicilia è la regione più bella d'Italia". Il suo attraversamento da Messina a Palermo, a Siracusa avamposto della grecità, poi Ragusa, fino alla Catania dei luoghi mitici di Odisseo. Ricci, precisa che ogni città visitata è una tappa, una svolta, da cui scaturiscono idee, pensieri, congetture. Ogni città ha la sua impercettibile o appariscente piega. Distanze e orizzonti sono prospettive notate quasi compiutamente col rigore del protocollo scientifico. Le città dell'infanzia evocano, in quelle della giovinezza le note si fanno rapsodiche. L'avvicinamento alla mediterraneità è sul "versante del labirinto", e Roma è quel mito che inaugura l'oltrepassare le "Colonne d'Ercole" (per Freud ha significato andare oltre il padre. Da ciò la redazione del saggio intorno il parricidio?). Mentre nell'esilio londinese l'indignazione freudiana consente la stesura del saggio "Mosè e il monoteismo" riferendosi all'omonima scultura di Michelangelo vista a Roma.
Le notazioni intorno all'itinerario freudiano - come sottolinea Carlo Sini nella prefazione - indicano punti di fuga, zone d'ombra, incertezze, che definiscono il sapere inconscio, un sapere senza fissa dimora. Freud, insomma, attraversa costantemente un lungo ponte che lo conduce "dove nessuno è mai stato prima, più lontano, magari, di quanto si fosse desiderato".
Il libro di Ricci, oltre "l'archeologica" avventura freudiana, regala un supplemento affascinante. Col suo stile poetico ci fa intendere come si struttura e funziona la psicanalisi; un avviamento a quel sapere fin troppo bistrattato dalle molteplici per-versioni scientifiche che affollano la credenza popolare. In questo senso, gli ultimi due capitoli sono fondamentali.