mercoledì 17 settembre 2014

AUTORIZZARSI e AUTORITA'. Di Giancarlo Ricci


Pubblichiamo la prima parte dell'articolo di Giancarlo Ricci su "Autoritas e autorizzarsi" relativo allo statuto dello psicoanalista. L'articolo è uscito presso il  4° numero dei Quaderni LETTERA dedicato a "Cura e soggettivazione" (Mimesis, 2014). 

“Come sperare di far riconoscere uno statuto legale a un’esperienza di cui non si sa neppure rispondere?”. In questa radicale e decisa considerazione che Jacques Lacan rilancia in un intervento successivo alla celebre “Proposta del 9 ottobre 1967”, l’accento è posto sulla consistenza giuridica, addirittura legale, dell’esperienza analitica. Come risponderne oggi, dopo quasi mezzo secolo? 
I tempi sono parecchio cambiati da quegli anni lontani eppure così fondativi. Se gli scenari sociali, istituzionali, giuridici (la Legge Ossicini) sono mutati, le questioni che rimangono aperte in merito allo statuto dello psicanalista, alla sua formazione, al suo riconoscimento sono quanto mai attuali. 
Soffermiamoci sulla frase iniziale di Lacan. In sintesi egli si interroga intorno alla possibilità di fondare un’esperienza, quella psicoanalitica, che abbia a pieno titolo una consistenza giuridica. Nelle annotazioni che seguono proponiamo  alcune riflessioni relative alla differenza tra due concetti basilari del diritto, quello di potestas e di auctoritas.
    Nella loro distanza infatti scorgiamo alcuni interessanti elementi che possono contribuire alla riflessione sull’esperienza dello psicoanalista. Ci sembra infatti che un’elaborazione analitica dello statuto dello psicoanalista non possa fare a meno di passare dalla differenza tra potestas e auctoritasPartiamo da alcune notazioni generali. Il diritto allo stato puro consiste nell’esercizio della potestas, ossia del potere di decidere, di nominare, di istituire una legge o una norma. Nel diritto romano, in alcuni casi era anche il potere di vita o di morte su qualcuno. Invece l'auctoritas, semplificando, indica un potere attribuito, supposto, e quindi si svolge sul versante dell’effettualità: è quell’istanza al quale rivolgiamo la nostra domanda sperando di ottenere una risposta efficace, feconda, in un certo senso improntata alla nostra soggettività e al modo con cui percepiamo l’Altro. Balza agli occhi la prossimità tra il concetto di  auctoritas e quello di soggetto supposto sapere  elaborato da Lacan a proposito della struttura del transfert.
E' interessante notare, parallelamente, che sul piano della teoria del diritto, il concetto di auctoritas presenta alcune contraddizioni e paradossi. È come se il diritto non potesse fare a meno di recepire la questione del transfert e cercasse una soluzione logica per neutralizzarla, per desoggettivarla in nome di un universalismo. Per definizione l'auctoritas  è la proprietà dell'auctor, cioè della persona (per esempio il pater familias ) che interviene per conferire validità giuridica all’atto di un soggetto. Auctor - precisa Benveniste - è “colui che promuove, prende un’iniziativa, che è il primo a produrre una qualche attività, colui che fonda”.  Auctor proviene dal verbo augeo, ossia aumentare, accrescere, “far esistere”, “produrre qualcosa dal proprio seno”. 
Giorgio Agamben nel suo lavoro Stato di eccezione, dopo aver considerato il tema della festa, del lutto e dell’anomia, dedica un paragrafo alla problematica relativa alla dialettica tra autoritas e potestas. Per esempio annota: “È sufficiente riflettere sulla formula auctor fio (diventare autore) e non semplicemente auctor sum (sono autore) per rendersi conto che essa sembra implicare non tanto l’esercizio volontario di un diritto, quanto il realizzarsi di una potenza impersonale nella persona stessa dell’auctor”. E più avanti propone un’interessante considerazione: “Ogni autore è sempre co-autore: l’autoritas non basta a se stessa: sia che autorizzi, sia che ratifichi, essa suppone un’attività estranea che essa convalida”. Se leggiamo queste parole nel contesto relativo all’autorizzarsi in quanto analista, scorgiamo la necessità logica di un’associazione psicanalitica. “L’autoritas infatti non basta a se stessa”. Esattamente come l’autorizzarsi analista da solo risulterebbe problematico.

mercoledì 27 agosto 2014

LE CITTA' DI FREUD. Di Tiberio Crivellaro


Uscito sul giornale LA SICILIA (15.8.2014), il testo di Tiberio Crivellaro ripercorre il libro di G. Ricci Le città di Freud. Viaggi, orizzonti, emblemi di un viaggiatore (Jaca Book). 
In Sicilia ogni luogo era, nel viaggio di Freud, l'occasione di un'ispirazione che produceva altri pensieri. 

Davvero singolare il modo in cui Giancarlo Ricci, ne Le città di Freud (Jaca Book), documenta i viaggi dello psicanalista viennese. Freud viandante che percorre la mitteleuropa antecedente e successiva al primo conflitto mondiale. Da Freiberg (luogo di nascita - 1856) al Mediterraneo e all'Atlantico, fino a Londra (1938). Nei continui itinerari dal sapore significante, il seme della curiosità lo porterà alla fioritura della psicanalisi. Un'avventura intellettuale e scientifica di portata senza eguali.

Nel libro, le città considerate dall'autore sono quaranta. Disposte in ordine cronologico per via di certe scelte o motivi che determinano pause temporali cui, si è certi, vi sono stati tentennamenti, timori, perfino fobie. Come, ad esempio, quella di viaggiare in treno, che causò ansia e panico per 15 lunghi anni. Queste città, oltre i presupposti scenici, forniscono prospettive evocative accendendo micce per profonde elaborazioni che lo hanno portato a strutturare i complicati meccanismi dell'inconscio.

Nel suo "diario di bordo", Freud stende con cura le sue impressioni trattando artisticamente la parola; la topica dell'analista che riorigina territori sepolti, dimenticati o sconosciuti con la lingua dell'inconscio, talmente particolare da assumere valore poetico nonché mitico del moderno Odisseo. Qui, Ricci, con mestiere, rianima molte delle notazioni di Freud intorno i suoi viaggi, alle sue "erranze". Ricci è detective straordinario quando si avvale di aurei indizi atti a seguire la pista fino all'approdo. Indizi specificati nei sei capitoli: "Porta Orientis"; "Girovagando"; "Il Mediterraneo"; "L'Altro Continente"; "La Seconda Europa"; "La città Ultima". Gli approdi (perché di riuscita si tratta) di Freud non sono solamente le grandi capitali quali: Vienna, Parigi, Berlino, Praga, Zurigo, Atene, Roma, New York, Budapest e Londra, ma anche città minori e centri più piccoli non assolutamente trascurabili.

Tra le regioni italiane spicca la Sicilia. In una lettera a Jung (1910), affermerà: "La Sicilia è la regione più bella d'Italia". Il suo attraversamento da Messina a Palermo, a Siracusa avamposto della grecità, poi Ragusa, fino alla Catania dei luoghi mitici di Odisseo. Ricci, precisa che ogni città visitata è una tappa, una svolta, da cui scaturiscono idee, pensieri, congetture. Ogni città ha la sua impercettibile o appariscente piega. Distanze e orizzonti sono prospettive notate quasi compiutamente col rigore del protocollo scientifico. Le città dell'infanzia evocano, in quelle della giovinezza le note si fanno rapsodiche. L'avvicinamento alla mediterraneità è sul "versante del labirinto", e Roma è quel mito che inaugura l'oltrepassare le "Colonne d'Ercole" (per Freud ha significato andare oltre il padre. Da ciò la redazione del saggio intorno il parricidio?). Mentre nell'esilio londinese l'indignazione freudiana consente la stesura del saggio "Mosè e il monoteismo" riferendosi all'omonima scultura di Michelangelo vista a Roma.
Le notazioni intorno all'itinerario freudiano - come sottolinea Carlo Sini nella prefazione - indicano punti di fuga, zone d'ombra, incertezze, che definiscono il sapere inconscio, un sapere senza fissa dimora. Freud, insomma, attraversa costantemente un lungo ponte che lo conduce "dove nessuno è mai stato prima, più lontano, magari, di quanto si fosse desiderato".
Il libro di Ricci, oltre "l'archeologica" avventura freudiana, regala un supplemento affascinante. Col suo stile poetico ci fa intendere come si struttura e funziona la psicanalisi; un avviamento a quel sapere fin troppo bistrattato dalle molteplici per-versioni scientifiche che affollano la credenza popolare. In questo senso, gli ultimi due capitoli sono fondamentali.

lunedì 21 luglio 2014

IL LAVORO ONIRICO SECONDO FREUD. Di Giancarlo Ricci


Nella notte tra il 23 e 24 luglio 1895, a Bellevue, Sigmund Freud dichiara di essere riuscito a interpretare compiutamente il sogno dell'interpretazione a Irma. 
Oggi, 24 luglio 2014, dopo 120 anni, G . Ricci ne parla in una trasmissione di WIKIRADIO su RADIO TRE.




Per diversi anni Freud trascorre con la famiglia la villeggiatura estiva a Bellevue, quasi fosse un luogo in cui sorgono altre immagini e soprattutto altre idee. "Le mattine e le sere sono incantevoli; profumano anche le acacie e i gelsomini, sbocciano le rose canine e tutto accade all'improvviso. Non credi - chiede a Fliess - che sulla casa un giorno si potrà leggere questa lapide: In questa casa il 24 luglio 1895 al Dr. Sigm. Freud si svelò il segreto del sogno? Ma per ora le prospettive sono minime".  
    Proprio in quei giorni da Bellevue annuncia all'amico Fliess che ha incominciato a redigere un' "esposizione sommaria" del suo progetto di psicologia generale: "Il mio cervello riposato ora risolve come per gioco le difficoltà finora accumulate". In quella  giornata di luglio, dopo aver lungamente analizzato un proprio sogno (quello dell'"iniezione a Irma"), riconosce con soddisfazione di aver portato a termine compiutamente e per la prima volta, un'interpretazione. E' un lavoro inaugurale. Bellevue diventa il luogo che apre una nuova fase di ricerca, nonostante le inquietudini e i tentennamenti. 
La fantasia relativa alla lapide che avrebbe dovuto inscrivere sulla pietra l'avvenuta decifrazione del "segreto del sogno", si realizzerà nel 1977, quando a villa Bellevue fu effettivamente affissa quella lapide con le parole immaginate da Freud. "Si pensa a quel paesaggio e a Freud che lo guardava - annota Claudio Magris in Danubio - leggendo nei profili curvilinei della città lontana una mappa dei meandri interiori, mai esplorati del tutto."

martedì 24 giugno 2014

IN VERITA' FARLA FRANCA. Di Giancarlo Ricci


Da un recente fatto di cronaca in cui l’esame del DNA avrebbe  identificato l’autore di un omicidio (caso Gambirasio), prendiamo spunto per alcune curiose riflessioni. La densa trama di implicazioni retroattive interroga  sul senso della verità. Qui la scienza genetica, non lo scientismo, sembra  - o così pare - raggiungere davvero la verità, toccarla, sottometterla, folgorarla. Renderla un dato di fatto. Ma è proprio così? Gli umani riescono ancora a mentire o inventano altri modi per evitare la verità? 

Tre brevi notazioni. La prima: la verità è una struttura reticolare, avvolge la logica di un discorso, le fornisce consistenza. Ogni elemento sussite in relazione agli altri, li tiene collegati, assicurandone coerenza. Ma, ecco il punto, quando un elemento si frantuma, quando si combina con l’imprevedibile, l’intera struttura vacilla, si sgretola. Quel piccolo dettaglio si ingigantisce e cresce a dismisura. Minuscole verità si aggregano fino a diventare un macigno. 

Un piccolo   riverbero diventa cosa mostruosa. E se la verità avesse una natura pulviscolare fino a diventare irriconoscibile? E’ questa l’ipotesi che Pirandello amava indagare. Nel suo La signora Frola e il signor Ponza, suo genero (1917) l’impossibilità di attribuire la follia, di riconoscere il fantasma, di definire la realtà mantengono la verità al suo grado zero. E lì la verità rimane, irrimediabilmente; giace in uno status inattivo, impensabile, quiescente ma sempre potenzialmente esplosivo. 
La seconda. In questo caso giudiziario come nella vicenda di Edipo, è dalla madre che la verità origina. Da lei si srotola il filo che raggiunge il figlio e lo lega a sè, fino a stringerlo in un abbraccio mortale. Come accade nella tragedia Edipo Re, Giocasta, madre di Edipo, non è affatto innocente. Il suo silenzio raddoppia il silenzio del figlio, fino a strangolarlo. La sua colpa si moltiplica in quella del figlio, fino a diventare un inconsapevole atto di accusa. La verità, nella sua multiforme trama, opera secondo un’intelligenza diabolica in quanto agisce attraverso il doppio laccio della “verità storica” e della “verità materiale”, come ricordava Freud. Duplice registro, duplice laccio, duplice bordo. Non si sfugge. La verità lavora sembre altrove rispetto a dove la si cerca, come insegna Lacan nella sua “La lettera rubata”. Giunge sempre a destinazione e si fa leggere sempre dal lettore sbagliato. Avrà le gambe corte ma sa alla perfezione dove recarsi.

La terza riflessione merita uno svolgimento più ampio. Questa vicenda giudiziaria, nella logica che sottende, evoca un emblema della nostra epoca: il farla franca. Siamo evidentemente al di là della vicenda accaduta. La beata innocenza del farla franca promette di non pagare la franchigia, di annullare il debito, di passare nell’impunità. Ecco il vero volto della verità nei nostri tempi. Viviamo nella società del farla franca. La quale ci insegna a fare in modo che la nostra stessa soggettività possa congegnarsi e conformarsi alla modalità del farla franca. Questa diffusa propensione non annuncia forse una svolta antropologica? L’Uomo non si lancia più nel  disumano confronto con una Verità irraggiungibile, ma si attiene alla piccola economia che gli assicura di farla franca. 
Riuscire a gabbare la verità è una credenza diffusa anche nelle scelte che si compiono rispetto alla soggettività. I “nuovi sintomi”, come osservano alcuni psicanalisti, si configurano per il loro sganciamento dalle logiche dell’inconscio. Lui lavora incessantemente io la faccio franca e posso vivere alle spalle dell’inconscio. Questa strada, occorre ricordarlo, procede parallela a quella dell’inclinazione perversa. E’ un altro volto della perversione. 
Insomma: è finita l’epoca in cui si riteneva che l’istanza della verità fosse l’opposto della menzogna, che il suo svelamento dovesse essere totale per evitare un’eventuale omissione. No, in epoca di diffuso cinismo, la verità ci interessa solo per riuscire a capire se possiamo farla franca. L’uomo contemporaneo, con le sue astute potenzialità cognitive e con generoso spirito  individualista, esercita il pensiero come esercizio di disinnesco: semplicemente farla franca. Non impedire alla verità di esistere, ma lasciarla vivere in pace, semplicemente apprezzarla come un prestigioso oggetto di arredamento. Una volta bonificata la ammiriamo, innocua. Ogni tanto ci guarda, o forse ci riguarda. Non importa, ormai siamo convinti di averla fatta franca. Rimane solo un senso di inquietudine, come se qualcosa continuasse a incombere... Eppure ero sicuro di averla fatta franca. 

mercoledì 18 giugno 2014

PRIMA CHE SIA TARDI. INCONTRO CON LA VIOLENZA. Di Claudia Rubini

Pubblichiamo alcuni passi dell'articolo di Claudia Rubini sulla violenza uscito presso i Quaderni LETTERA il cui ultimo numero è dedicato a CURA E SOGGETTIVAZIONE (a cura di A. Zanon, Mimesis, 2014) 

 I numerosi fatti di cronaca parlano, ogni giorno, di violenze perpetrate all’interno di legami affettivi; in diversi casi, purtroppo, se ne parla perché ragazze o donne vengono uccise da chi si presumeva dovesse amarle. Si sa sempre molto poco di queste donne e delle loro storie, ma c’è un aspetto comune che si trova sempre quando si legge di loro: “è stata una tragedia annunciata”; il passaggio all’atto violento che ne ha determinato la morte avviene, solitamente, dopo mesi o anni di maltrattamenti e violenze. 
Cosa si può fare per contrastare il fenomeno della violenza? Cosa si può fare prima che sia tardi? Da un lato, l’operazione che a livello culturale, sociale, mediatico si sta tentando di produrre è una focalizzazione sul maschile; tra i temi trattati, in primo piano c’è sempre di più quello che interroga gli uomini, la loro posizione di carnefici e come questa possa evolversi, modificarsi, produrre un possibile cambiamento [...].
Quando si parla di violenza sulle donne si parla davvero delle donne? O si parla di quante botte hanno preso, quante costole rotte, quali organi danneggiati, come sono state uccise? Solitamente sappiamo da quanto tempo stavano con il loro carnefice. Ma sulla loro posizione ci si interroga mai? Su cosa le abbia portate lì, sul perché, sul loro modo di desiderare, di amare, etc. [...].

Quando si parla di amore le cose si complicano sempre, perché per quanto si cerchi di darne una definizione, di trovare una consistenza in questo “essere amate”, ogni donna cercherà di fornire una risposta a partire dalla sua interpretazione dell’amore. Quest’ultima non giunge improvvisamente ma si costruisce nel corso del tempo in rapporto all’Altro familiare, a partire dunque dall’infanzia, fino a trovare la sua manifestazione nell’adolescenza, nell’incontro con l’altro sesso.
Come una ragazza entra nel campo ignoto dell’amore e della sessualità? Lo fa, con l’unica cosa che la orienta: l’interpretazione inconscia del posto che lei ha occupato nel desiderio dell’Altro. Detto in altri termini, la domanda inconscia che la bambina, nel corso del suo sviluppo, rivolge al suo Altro familiare è: come devo essere perché tu mi ami? Come devo essere per non perdere il tuo amore? Quindi, interpreta qual è la posizione che catalizza questo amore e vi si identifica; è a partire da questa che entra nel discorso amoroso. Potremmo dire che la nostra giovane ragazza ha una base di partenza, una traccia, che in psicoanalisi si chiama identificazione. Ma cosa fa sì che questa traccia possa trasformarsi in un marchio rovinoso, che può portare una giovane donna ad accettare di subire ripetute violenze all’interno di un legame definito d’amore? [...].
Armenia, 1895
Uno schiaffo, un pugno, un calcio rompono la legge della parola, che fonda l’umanizzazione della vita implicando l’esperienza del limite e il rispetto dell’alterità.
Il soggetto femminile in quell’istante è un oggetto in balia dell’altro, di un altro che gode malevolmente del suo corpo; ed è lo stesso altro, la stessa persona che, fino ad un istante prima, quel corpo lo aveva adorato, contemplato, eletto a suo oggetto di desiderio. È un’esperienza terribile, ancor più per una ragazza che si è appena affacciata all’amore: eccola confrontata con qualcosa di inspiegabile, di incomprensibile. Cosa ci farà questa ragazza con questo incomprensibile che ha incontrato? Questa è la grande questione che muove l’etica e la clinica della psicoanalisi. Per la psicoanalisi non c’è determinismo diretto, ovvero dato un evento si produce inevitabilmente un effetto. Un cattivo incontro non produce necessariamente un trauma. Ma se il trauma si produce, e questo di solito accade quando il soggetto si sente totalmente lasciato cadere, quando non trova le parole per dire, quando non trova una risposta alla sua domanda muta di comprensione, ciò probabilmente innescherà una fissazione che si manifesterà come ripetizione dello stesso [...].
Quel che, dunque, diviene centrale tra la contingenza dell’evento e la necessità inconscia di riprodurlo, è la mediazione soggettiva. Ovvero come un soggetto, esposto a un cattivo incontro, abbia la possibilità di elaborarlo, di togliersi da quella posizione di oggetto che subisce.

sabato 22 marzo 2014

LA MADRE ERA SEMPRE CERTA di Giancarlo Ricci


La teoria gender ha varie implicazioni, non si tratta solo della questione della sessualità o dell’orientamento sessuale. L’articolo di Annalisa Borghese dal titolo “Donne e maternità, storie e dubbi” uscito su Panorama.it (http://news.panorama.it/cronaca/specchio-venere/Donne-e-maternita-storie-e-dubbi), si interroga se la pratica degli uteri in affitto possa ancora chiamarsi maternità.
 “Nella cosiddetta genitorialità patchwork - scrive Borghese - il figlio diventa un prodotto mercificabile, come tale soggetto a regole di mercato. Si compra e si vende, si esporta e si importa. E quale valore ha? Si può ancora chiamare figlio, cioè “il generato”? In effetti la deriva "gender" smonta il concetto di maternità, la pervertizza a favore di un desiderio cinico, quello di diventare madre ad ogni costo. Il figlio diventa oggetto, oggetto “creato” dalla tecnologia.  Non a caso alcuni incominciano a parlare della “comodità” della clonazione. Ma è tutt’altra cosa. Riuscirà la tecnobiologia a scardinare i principi simbolici della filiazione? Sarà difficile. Eppure la teoria gender va in questa direzione, ossia cercare di scardinare non solo lo statuto dell’identità sessuale dell’uomo e della donna, ma scardinare lo statuto stesso della famiglia intesa come luogo simbolico della generatività tra uomo e donna. Il tema della trasmissione, della memoria, delle generazioni future risulta a rischio, a rischio di estinzione simbolica. E dunque: cosa rimane del figlio? O meglio: cosa rimane al figlio? E’ proprio questa la “deriva inimmaginabile” che la giornalista pone quale punto di partenza nel suo articolo. Seguendo questa deriva risulta che per diventare madre basta pagare: le tariffe, come riferisce la giornalista, variano di paese in paese e da mercato a mercato. 
Una volta vigeva il principio secondo cui “mater semper certa est”. Oggi, epoca che si ritiene civile solo in quanto invasa da un’estesa ipertrofia dei diritti, la maternità “surrogata” rischia di ledere e calpesatre il diritto del “nascituro”. Costui, una volta giunto su questo mondo, si chiederà come vi sia giunto, da quali corpi, da quali cellule, da quali desideri, da quali incontri. Un po’ faticosamente capirà che per lui è stato diverso da altri figli. Si farà ragione di una disuguaglianza incolmabile, forse. Ecco un perverso paradosso dell’ipermodernità: per ottenere l’uguaglianza (diritto di donne alla maternità) si commette una disuguaglianza ancor peggiore (figli nati da uteri affittati). Ma non solo: sotto la bandiera trionfante dell’uguaglianza e dei diritti si commetteranno le più bieche disuguaglianze. Con o senza l’alibi delle biotecnologie.  

martedì 3 dicembre 2013

DOVE SI NASCONDE LA SALUTE di Giancarlo Ricci


Tutto il nostro sapere deriva dal cielo, affermava con un aforisma lo psicanalista Jacques Lacan. Oggi il sapere medico sembra non abiti più nel cielo delle idealità: la scienza medica enfaticamente ci ricorda quotidianamente che la nostra salute è sempre provvisoria, eventuale, probabile.
 Il concetto stesso di salute è diventata una costellazione dai contorni vaghi, indefiniti, addirittura contraddittori. L'immaginario sociale, pervaso dal più sano scientismo, è frastornato da statistiche, da diagnosi sempre più comprovate, da tecnologie miracolose, da farmaci portentosi, da scenari avveniristici dove sarà impossibile ammalarsi di qualcosa perché già tutto è stato previsto e riparato. 
    Come proponeva un importante libro del filosofo Hans-Georg Gadamer dal titolo Dove si nasconde la salute  (Cortina Editore), oggi quasi lo abbiamo dimenticato: ammirando l'avanzamento delle nuove bio e neuro ingegnerie, gli imminenti  miracoli della genetica, i risultati di alchimie farmacologiche, abbiamo forse dimenticato l'essenziale: dove si nasconde la salute? Ma che cosa è la salute, come la curiamo, come trattiamo il nostro corpo e la nostra psiche? Quale relazione tra la parola e l’inconscio? Sono domande cruciali che Hans-Georg Gadamer sviluppa ed esplora. "La cura della salute - afferma - è un fenomeno originario dell'essere umano". E giustamente parla del "guaritore ferito", di quell'antico quanto irrealizzabile sogno di padroneggiare la morte e quindi dominare la vita. Se tale furor sanandi giungesse a compiersi la società sarebbe cartesianamente abitata da macchine viventi, da "replicanti", da esseri bionici. E la società stessa verrebbe regolata da un principio biopolitico. Il dibattito che sta sorgendo intorno alla nuova versione del DSM V va proprio in questa direzione. 

mercoledì 27 novembre 2013

LA DIFESA DEL SOGGETTO di Silvano Petrosino


Alcuni brani dell'intervento di Silvano Petrosino in occasione della presentazione del libro L'atto la storiadi G. Ricci
 (Galleria San Fedele, Milano, 7.11.13)

Sono rimasto colpito da questo libro; mi sembra un contributo che porta alla riflessione sulla vicenda del papa ma anche, in generale, sul nostro tempo. Mi sono soffermato sul concetto di atto che nell’interpretazione che ne dà l’autore viene presentato come atto psicoanalitico. Riprendo solo due righe dal libro: “Quello di Ratzinger - scrive Ricci  - è stato un atto analitico”. E prosegue:  “L’atto in psicanalisi ha una particolare rilevanza: esso effettua  uno spalancamento che consente a un frammento di verità di  prendere voce, per esempio nel lapsus, nel sogno, nella dimenticanza.
L’atto comporta  l’emergenza di una verità rimasta  latente, dà voce a pensieri inconsci che erano silenti”. L’idea da cui prende le mosse è che le dimissioni di Benedetto XVI costituiscano un atto di questo tipo. Ora, rispetto a che cosa? Quale sarebbe il punto di verità che emerge? Sono d’accordo con Mussapi nel dire che è un’interpretazione assolutamente laica; il discorso dell’autore ha una pretesa veritativa che va al aldilà del rapporto tra credenti e non credenti. Quale sarebbe dunque il punto di verità che emerge?


Per l’autore è in questi termini: “L’atto si affaccia sull’alterità, la chiama a manifestarsi”. E parlando del gesto di Benedetto, prosegue: “Dal punto più alto della responsabilità non rispondo più della vostra assenza di responsabilità e io stesso mi espongo senza sottrarmi alla responsabilità di attuare un atto che lascia in sospeso l’attribuzione di responsabilità”. Mi sembra una formulazione felice e, anche in seguito, il testo prende un respiro interessante.
La nostra è una società a capitalismo avanzato, di consumismo o di tecnonichilismo come è stato detto, è un insieme in cui si mischia il processo di secolarizzazione e di avanzamento tecnologico. Se dovessi dire velocemente in che cosa consiste il pericolo maggiore di questa società direi che è l’idea che si possa costruire una società in cui non è più necessario essere buoni. Costruire una società con un tale meccanismo e una tale perfezione, con questa ingegneria degli interessi che alcuni identificano nella politica, con questo equilibrio assoluto rappresentato dalla tecnologia, dalla mappatura del genoma umano, dal cognitivismo, è una sorta di delirio, sarebbe, in termini psicanalitici, dell’ordine del delirio. 

mercoledì 20 novembre 2013

DRAMMATURGIE DEL NOSTRO TEMPO di Roberto Mussapi

Alcuni passi dell'intervento di Roberto Mussapi alla presentazione del libro "L'atto la storia" di G. Ricci (Milano, 7.11.13).
L'intervento completo:


(...) La scelta straordinaria, epocale, di Benedetto XVI viene interpretata da Ricci innanzi tutto come un evento drammatico, come qualcosa di sconvolgente, perchè noi siamo abituati a ricevere dagli uomini depositari della sapienza religiosa del mondo insegnamenti disciplinari o traduzioni di visioni. Ma qui c’è un gesto fisico, un gesto immediato, diretto, a cui seguirà un gesto inaspettato, l’arrivo di un papa completamente imprevedibile. E’ importante la complementarità drammatica. Ricci vede come l’uno sia l’altra faccia dell’altro: così come uno è talmente aderente al senso profondo di un rito da capire come questo rito nel momento in cui è reiterato, viene deritualizzato, così l’altro, quando giunge, ripropone in forme nuove il rito. 

E’ interessante anche il fatto che il libro pone questo evento, che avviene all’interno della Chiesa, come un modello che dovrebbe essere seguito nella società, ad esempio l’abitudine etica alle dimissioni, a non sentirsi onnipotenti, insostibuibili. L’idea delle dimissioni implica anche un concetto di ereditarietà diverso da quello tradizionale. Io non ho nessun potere da trasmettere a qualcuno. Il potere, il potere spirituale, nel senso buono, non il potere di cui parlava Pasolini, mi è dato in prestito, esattamente come la poesia. Il giorno dopo che Leopardi ha scritto L’infinito non può alzarsi e pretendere di riscrivere una poesia così. Magari non la farà mai più. Perchè la poesia gli è data in prestito e questo prestito può essere onorato solo con la dedizione, con l’applicazione, con il lavoro, come fa un prete, un poeta, un fabbro, un orefice o un panettiere. Con la differenza che nella poesia e nelle arti dello spirito qualcosa passa, viene in contatto con noi, e noi dobbiamo trasmetterlo, crearne forme, ma sapere che non è nostro. 


Concludo con questa metafora: l’opera, il capolavoro dei capolavori di Shakespeare, il capolavoro del teatro di tutti i tempi, accanto all’Amleto,  è la Tempesta. Il mago Prospero ha un potere praticamente assoluto, crea la tempesta, controlla tutto, incanta i suoi nemici animato da un desiderio che noi oggi diremo di vendetta ma che in realtà è di giustizia, dato quello che ha subìto, ma lo fa per ragioni di amore: per la figlia che si innamora del figlio del suo nemico e per altre ragioni. Comprende che, non solo deve perdonare il suo nemico ma che deve rinunciare ai suoi poteri magici. Così nel momento in cui ha capito la realtà dell’amore e della compassione, non può più considerarsi un mago eternamente. Quindi dopo avere compiuto i suoi miracoli, se ne va in pensione, spezza la bacchetta magica, la lancia nel fondo del mare dicendo: la magia abita nei misteri dell’abisso. In ciò si rivela un vero sapiente, un grande mago. Crea una grande riconciliazione. Secondo la mia interpretazione Ricci ha indicato in Benedetto un grande sapiente che ha compiuto questo gesto. Ma ciò non riguarda solo il mondo cattolico, è un esempio di comportamento in un mondo che ha bisogno di lezioni di rinunce e di rigenerazione di questo genere. (Trascrizione non rivista dall’autore).

sabato 26 ottobre 2013

DEPRESSIONE E INDIFFERENZA di Giancarlo Ricci


Pubblichiamo una pagina dal paragrafo "Elogio dell'impotenza" del libro "L'atto la storia" di G. Ricci. 
Il 7 novembre alle 18, presso la Galleria San Fedele 
(via Hoepli b, Milano) si tiene un dibattito sul libro con gli interventi di Roberto Mussapi e Silvano Petrosino.


Come psicanalista penso non sia un caso che le statistiche considerino la depressione come l’epidemia più diffusa nella contemporaneità. Tuttavia le statistiche non dicono che, per uno strano effetto di moltiplicazione, la depressione è il “disturbo” più celebrato, più favorito, più incoraggiato dalla società. Nulla di più rassicurante del silenzio della depressione: l’evitarsi, il tenersi lontano, l’isolamento, la rinuncia alla parola, alla memoria, alle relazioni, al sogno.

In effetti questo silenziare la soggettività, parallelo a un certo soffocamento della corporeità, fa comodo a tutti. È un silenzio che produce silenzio. Che riproduce un mettere a tacere. Non fa spettacolo, non fa rumore, non chiama in causa niente e nessuno. È un silenzio neutro che si spegne in se stesso fino a tacere del tutto. 
In queste tematiche la semplice “frasetta” «Ama il prossimo tuo come te stesso» galleggia con tutta la sua potenza esplosiva. La vera incandescenza, quella che può causare l’esplosione, risiede nella locuzione «come te stesso», dove il “te stesso” non è altro che lo sguardo che rivolgiamo dentro di noi. È uno sguardo che talvolta incontra l’orrore del nostro stesso volto che stentiamo a riconoscere nello specchio. E questo orrore dovrebbe costituire la misura di “come” ci accostiamo al nostro prossimo? Povero nostro prossimo, gli conviene fuggire! Del resto lo constatiamo ogni giorno, quando coloro che praticano il più convinto narcinismo (narcisismo con cinismo) giustificano la loro rassegnazione: non sono certo io a essere razzista, semplicemente è l’Altro a essere così molestamente diverso da me!
Ma l’indignazione è un’altra e riguarda il fatto che, nella società dell’indifferenza, il dolore si dilegua nel sordo grigiore della quotidianità, si mescola all’inquietudine, non trova le parole per dirsi, si perde nell’anonimato e nell’indistinto della moltitudine. La solitudine dilaga poiché non è facile trovare un “proprio simile” in grado di reggere e accogliere qualcosa di così smisurato. Sembrano sparire tutti. E allora sopravanza l’ombra dell’angoscia.

domenica 29 settembre 2013

LA COSA PUBBLICA di Giancarlo Ricci

Pubblichiamo alcuni passi tratti dal paragrafo "La tenuta dei ponti" del libro L'ATTO E LA STORIA di Giancarlo Ricci.

La “cosa pubblica” pare proprio non essere più il luogo di una progettualità ma il mercato della spartizione, della connivenza, dello smercio di superstizioni traballanti, di scambi di omertà e alibi. Eppure la collettività, la cosa pubblica, il sociale, la comunità, il gruppo, dovrebbero rappresentare il punto più alto della civiltà, il suo nucleo più laicamente ed eticamente forte.
L’ascolto dell’inconscio insegna. Insegna che se colui che parla non si attiene alla propria parola e alla propria storia, al proprio sentire e al corso dei propri pensieri, le cose si complicano, paralizzano, assumono un peso insopportabile, si mostrano come spettri o chimere indefinibili.
Occorre che le cose, per quanto è concesso all’umano, siano nominate con il loro nome, altrimenti si fa dell’ottundimento un criterio di  presunzione e di permalosità, modi sbrigativi con cui viene nientificato l’Altro e negato l’inconscio. Occuparsi, per lo psicanalista, del disagio della civiltà nelle sue forme attuali costituisce l’altra faccia della clinica: un giro apparentemente più lungo ma che permette di arrivare al cuore delle questioni, di ogni questione. E ciascuna questione è soggettiva e singolare proprio perché chiama in causa una particolare vicenda sociale. L’istituzionale e il soggettivo sono indissolubilmente legati [...]. 
La degradazione della “cosa pubblica” produce una società che  si muove come i ciechi di Bruegel: ciascuno tiene la mano sulla spalla dell’altro, ma nessuno sa dove si stia effettivamente andando. A ben pensarci non è senza enigma questa rappresentazione del sintomo (nell’accezione psicanalitica) che, strutturandosi come “formazione di compromesso”, insistentemente ostacola, osteggia, impedisce. Di sicuro introduce un’economia mortifera di perdita, di dissipazione e di smarrimento.


domenica 7 luglio 2013

PSICOANALISI DELL'ADOLESCENZA di Francesco Giglio


Autore del libro IL DISAGIO DELLA GIOVINEZZA. Psicoanalisi dell'adolescenza (Bruno Mondadori, 2013), FRANCESCO GIGLIO interviene in merito agli scenari sociali implicati dal disagio giovanile.

Risiediamo oggi nell’epoca dell’adolescenza prolungata, dello sforzo comune a ogni età di permanere nel tempo della giovinezza e della sospensione delle scelte. Si osserva l’imposizione sociale del giovanilismo, e la diffusa mira umana a divenire e rimanere giovani per sempre.



La pressione della società contemporanea rivolta ai bambini mostra la mira a far loro lasciare presto l’infanzia per divenire giovani, dal lato della maturità adulta, sino alle età più avanzate, è attiva la medesima pressione che vorrebbe conservare indeterminatamente lo stile di vita adolescente. Il secondo grande tema della prima giovinezza riguarda la dimensione del corpo, nella quale si osserva l’innesco fisiologico dell’adolescenza, costituito dalle trasformazioni corporee della pubertà. 
     Nel nostro tempo i giovani sono trattati esclusivamente come consumatori, la crisi attuale, viceversa, rende quanto mai necessario che essi si schierino e si facciano produttori, organizzatori e trasformatori dell’esistente. Inventori dell’innovazione possibile, poiché se con Dostoevskij “è dagli adolescenti che si edificano le generazioni”, solo dal superamento del modello consumistico, possiamo attenderci un’innovazione sociale più che auspicabile ormai indispensabile alla vita umana e ai suoi scenari.


lunedì 10 giugno 2013

PSICANALIZZARE, EDUCARE, GOVERNARE: MESTIERI IMPOSSIBILI. Di Giancarlo Ricci


Una celebre frase di Sigmund Freud osserva che ”quello dello psicanalizzare sembra essere il terzo dei mestieri impossibili il cui esito insoddisfacente è evidente. Gli altri due, noti da tempo, sono quelli dell’educare e del governare”. Psicanalizzare, educare, governare sono dunque pratiche impossibili. Eppure mai come in questa stagione il tema dell’ingovernabilità balza costantemente agli onori della cronaca: nella politica così come nel pensiero progettuale, nell’informazione così come nelle idee relative a un presunta  realtà. Qualcosa immancabilmente sfugge, si frammenta, si sottrae alla pensabilità. Non siamo più padroni in casa nostra.
La psicanalisi insegna che l’esperienza della impotenza comporta una preziosa fecondità, l’occasione per  interrogarsi intorno allo statuto dell’umano, abitarlo fino in fondo senza protesi, orpelli, mascherature, tutori, alibi, astuzie della ragione. Il nodo rimane quello della libertà. Sembra paradossale ma è proprio l’esperienza dell’impotenza e del limite a costituire la condizione della libertà.

L’esperienza del limite esige l’istanza della responsabilità. Era Freud a ricordare più volte che la vera potenza è quella del ritorno del rimosso. E che qualcosa che viene espunto dal simbolico (dalla parola) ritorna dal reale e ci travolge inesorabilmente. Oggi non c’è solo il trionfante fantasma dell’onnipotenza tecnologica a esibirsi, ma diverse e variegate forme di onnipotenza: quella della certezza morale, quella narcisistica, quella ideologica, quella dei saperi ben disciplinati, quella delle certezze impeccabili esibite in alta uniforme e tante altre. È così difficile capire che la certezza nutrita di onnipotenza è una figura del punto cieco, dello scotoma, della bulimica negazione della differenza?

venerdì 26 aprile 2013

COSA RESTA AL FIGLIO. . . di Giancarlo Ricci

Il disagio giovanile ma anche lo statuto di figlio oggi. 
Il tema dell'eredità, del divenire, per progetto. Irrompe un nuovo protagonista: il figlio -Telemaco, colui che scruta l'orizzonte del mare e attende che qualcuno arrivi.  
Massimo RECALCATI con il libro Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Feltrinelli)  propone Telemaco come figura che ci permette di leggere differentemente la situazione dei giovani oggi. 


Il tema dei giovani, del loro disagio, del loro avvenire è enorme. Se la trasmissione tra le generazioni si interrompe, se l’eredità si disperde, se i processi di filiazione simbolica si sfilacciano, l’umano rischia di estinguersi e di spegnersi. Non è in gioco la sovravvivenza dell’individuo ma quello della collettività, ossia di un patrimonio che “per possederlo davvero” occorre riconquistarlo. E se non viene riconquistato dai giovani rimane abbandonato, in disuso, dismesso, non attinto. 
La situazione d’emergenza in cui oggi si trovano i giovani, altro non è che lo specchio dell’estremo disagio della nostra civiltà. Non tanto nel senso che i giovani si rispecchiano nel mondo degli adulti. Ma che i giovani attuano, come dinanzi a uno specchio deformante, una sorta di caricatura o di parodia dei punti scabrosi e sintomatici della società: il cinismo diventa bullismo, il disfattismo si trasforma in vandalismo, l’inebriamento diventa sordo ottundimento, la libertà secondo cui tutto è possibile diventa dissipazione. 
“Il mito della libertà senza vincoli - osserva Recalcati - è un miraggio ipermoderno che fomenta la riduzione perversa della libertà - scissa da ogni forma di responsabilità etica - alla pura volontà di godimento”. Fino a un decennio fa, la volontà di godimento non era forse l’obiettivo edonista e liberatorio, che di generazione in generazione, veniva additato come un traguardo di civiltà? Appunto, le carte erano truccate. Cosa resta allora ai figli? Cosa resta ai giovani? Possono rimanere relegati in una terra di nessuno quasi fosse una riserva in cui sopravvivere senza speranza e senza progetto?

sabato 23 marzo 2013

L'INCIVILTA' DEL GODIMENTO


Abbiamo rivolto un paio di domande al sociologo FEDERICO CHICCHI, autore del libro SOGGETTIVITA' SMARRITA (Bruno Mondadori, Milano 2013). L'intervista completa è reperibile sulla rivista di psicoanalisi Lettera, n. 3 (et al /Ed.)

       Una delle tesi centrali del libro è quella che viene formulata come: inciviltà del godimento. Essa apre una prospettiva assolutamente nuova nel senso che segna un punto di svolta, una “mutazione antropologica”. In che misura questo tema dell’inciviltà del godimento costituisce uno spartiacque decisivo ed essenziale per il nostro futuro? 

In effetti nel volume propongo l’espressione inciviltà del godimento. Ci tengo però a precisare che il mio intento non è stato quello di demonizzare il godimento come tale, come se questo fosse sempre un momento distruttivo e mortifero dell’esperienza soggettiva. 


Quello che mi premeva denunciare, seguendo qui alcune suggestioni di Slavoj Žižek, era invece l’imperante generalizzazione della spinta a godere ad ogni costo, accompagnata dal rischio di rendere evanescente il limite che la normatività intrinseca alla relazione sociale porta necessariamente con sé. Questo imperativo osceno, oltre che consumare e distruggere desiderio, produce una sorta di delirio autistico nel soggetto, all’interno del quale trova cittadinanza una cinica, perversa e maniacale, vanità egoica. Questo imperativo non è altro che il programma antropologico dell’inciviltà neoliberale. Programma che, a mio avviso, occorre contrastare. 

martedì 12 marzo 2013

CHE MADRI AVETE AVUTO di Giancarlo Ricci

Pubblichiamo un brano del libro IL PADRE DOV'ERA (Sugarco 2013) di G. Ricci relativo alla questione della madre. L'esergo è una poesia di P. P. Pasolini 
"Che madri avete avuto": 

Madri mediocri, che non hanno avuto 
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto 
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Non c’è domanda più radicale, e al tempo stesso più intima, che interroga così insistentemente come questa Ballata delle madri scritta da Pasolini: “Mi domando che madri avete avuto”. Ossia: che sguardo hanno avuto per i loro figli, che cosa hanno inteso di loro, come lo hanno amato, come si è coniugato il loro desiderio verso il figlio. La lirica di Pasolini gronda di amore e di rabbia, esprime il “dolore di essere uomini” e indica una sorta di desolante maledizione. 



  Non si tratta, come spesso evoca una certa retorica buonista, del tenero amore del figlio verso la madre. Piuttosto è il contrario: è l’amore “sordidamente muto” della madre a risultare tragico, “mostruoso”. Pasolini in un’intervista ammette di aver pensato per molto tempo a qualcosa di inquietante:  “L’insieme della mia vita eroica ed emotiva (credevo che) fosse il risultato del mio amore eccessivo, quasi mostruoso verso mia madre”. Questa mostruosità in effetti è sempre sul punto di ribaltarsi fino a coincidere con la lucida consapevolezza di essere oggetto d’amore esclusivo e privilegiato da parte della madre. 
     In un’altra poesia dal titolo Supplica a mia madre, il poeta scrive parole incandescenti: “Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:/è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia./ Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai dato./ E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame/d’amore, dell’amore di corpi senza anima (...)"
    Che madri avete avuto. Questione che è il fulcro della soggettività umana. L’esito riguarda la sessualità del figlio, la sua possibilità di amare una donna che non sia la propria madre. Riguarda la possibilità di impostare con una donna un progetto di vita nel nome di una relazione d’amore. Riguarda anche la natura del legame con gli altri e con l’altro sesso, l’affettività, la propria identità maschile e altro. Molta letteratura psicanalitica ha posto l’accento sulla madre divorante, castratrice. Tuttavia c’è madre e madre.